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Politiche pubbliche, comunità locali, associazionismo e cultura nel Mezzogiorno

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Abbiamo bisogno di contadini, di poeti, di gente che sa fare il pane, di gente che ama gli alberi e riconosce il vento. Più che l’anno della crescita, ci vorrebbe l’anno dell’attenzione. Attenzione a chi cade, attenzione al sole che nasce e che muore, attenzione ai ragazzi che crescono, attenzione anche a un semplice lampione, a un muro scrostato. Oggi essere rivoluzionari significa togliere più che aggiungere, significa rallentare più che accelerare, significa dare valore al silenzio, al buio, alla luce, alla fragilità, alla dolcezza.” – Franco Arminio, poeta, scrittore, «paesolgo».

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Ogni anno, tra la fine di luglio e i primi di agosto, quando il mondo politico e l’opinione pubblica italiana sono inzuppati nel caldo afoso e si preparano ad andare in vacanza, grazie al rapporto Svimez si torna (momentaneamente) a parlare del Mezzogiorno e del suo crescente divario dal resto del Paese e dell’Europa. Da almeno 20 anni, il quadro della situazione offerto dalla Svimez è sempre più drammatico, “un urlo di dolore” – lo ha definito Roberto Saviano quest’anno – che denuncia il drastico declino demografico, l’esodo dei giovani, gli altissimi livelli di disoccupazione ed inattività, la desertificazione industriale, la presenza invadente della malavita organizzata, l’evasione fiscale, l’economia sommersa, lo sfruttamento dei braccianti italiani e stranieri nelle campagne, il dissesto idrogeologico, ma anche il disastroso stato della viabilità locale, dei trasporti pubblici e ferroviari, e dell’accesso ad internet ad alta velocità, l’assenza di cura, manutenzione e valorizzazione dei beni comuni, l’abbandono dei beni culturali (a cominciare da Pompei), la carenza e degrado dei servizi sanitari, la mancanza di servizi sia per anziani e non autosufficienti sia per l’infanzia, a partire dai tempi pieni scolastici, una carenza che contribuisce al divario nello sviluppo cognitivo tra bambini del Sud e del Centro-Nord. In sostanza, il rapporto Svimez sottolinea quello che chiunque viva al Sud ha ben chiaro: si sta peggio di dieci anni fa e l’emigrazione è oramai un pellegrinaggio di massa verso il Centro-Nord e l’estero.

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La denuncia dei mali del Mezzogiorno, solitamente spinge il discorso politico a concentrarsi sul tema degli investimenti mancati e da fare (un tema che il governo Renzi ha promesso di affrontare con decisione con un masterplan). Ma, il crollo di ponti autostradali appena costruiti e l’incapacità di spesa di buona parte delle amministrazioni regionali, testimoniata dal mancato utilizzo dei fondi europei, o il loro utilizzo in progetti di nessun rilievo o inefficaci, segnala che non è solo, e neppure principalmente una questione di mancanza di fondi né di un loro uso clientelare. Si tratta, piuttosto, della carenza da parte delle istituzioni pubbliche di capacità di individuare domande effettive, soggetti affidabili e precisi obiettivi di miglioramento duraturo o di attivazione e valorizzazione delle risorse, non solo finanziarie, messe in gioco , e strumenti coerenti con quegli obiettivi.

10396288_255763134631625_7405417487236553619_nIl degrado del Sud è certamente dovuto alla grave crisi economica, produttiva ed imprenditoriale, ma anche e soprattutto ad una classe dirigente, nazionale e locale, che finora non ha avuto il coraggio e l’onestà di interrompere una tradizione di malgoverno, disfunzioni e incapacità che è tanto antica quanto la nostra storia nazionale. Lo storico Pasquale Villari nelle sue Lettere meridionali parlava delle caratteristiche e dislocazioni territoriali di camorra e mafia e più di 100 anni dopo ci troviamo a ragionare ancora su questi fenomeni riscontrando inquietanti coincidenze con molte delle sue affermazioni. Nel secondo dopoguerra le rivolte contadine e la redistribuzione dei latifondi fu salutato come l’inizio di un possibile processo di liberazione e sviluppo. Sono poi intervenuti massici trasferimenti economici, gli interventi infrastrutturali della Cassa per il Mezzogiorno, la realizzazione di alcuni mega insediamenti industriali (poi definiti cattedrali nel deserto) e l’attesa miracolistica di una diffusione del benessere del Nord al Sud. Ma, la riforma agraria si è tradotta in trasferimenti di piccoli lotti di terreno non accompagnati da una vera assistenza tecnica moderna, mentre gli investimenti pubblici sono stati guidati soprattutto da una bulimica fame di risorse che ha cambiato la vita di alcune migliaia di famiglie di politici-imprenditori-mediatori e non certo dei milioni di persone cui avrebbero dovuto essere destinate. Il suffragio universale ha portato alla scoperta della forza elettorale delle organizzazioni mafiose e al cambio radicale del rapporto tra forza criminale e sistema politico. Non più solo sicari o squadroni punitivi da utilizzare contro avversari, oppositori, sindacalisti e contadini-braccianti, ma soprattuto organizzazioni e sistemi con cui trattare per costruire fortune elettorali. Giacimenti del consenso che hanno consentito alle mafie di beneficiare di protezioni da parte delle istituzioni pubbliche. Sappiamo che spesso nei territori meridionali si combattono da anni battaglie tra fazioni in cui il bene comune è solo l’icona da innalzare per chiamare a raccolta i fedeli, ma la pratica risponde ad una scientifica ricerca di privilegi da aggiungere ai tanti già goduti. “La classe dirigente del Sud è stata orientata a una ricerca clientelare e assistenziale del consenso che ha solo drenato risorse e i governi nazionali lo hanno tollerato in cambio di voti” (Carlo Trigilia, Il Corriere della Sera, 10 agosto 2015:10). La triade del male: burocrazia autoreferenziale e ingorda, politica faziosa e succube, mafie rinnovate e mimetizzate, opera a pieno regime. Destra e Sinistra al Sud hanno quasi annullato le differenze e, con qualche lodevole eccezione, amministrano male entrambe. Così, mentre la Germania, a 25 anni dall’unificazione, ha raggiunto l’obiettivo di far convergere il suo Est ai livelli del più sviluppato Ovest, l’Italia insegue l’identico obiettivo da 155 anni con quasi nessun risultato.

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Un punto di rottura, invero, c’è stato nel Mezzogiorno. Per un periodo breve, quello del fordismo all’italiana, il Sud era riuscito a ridurre il divario dal Centro-Nord. Il PIL meridionale rapportato a quello del Centro-Nord ha conosciuto un calo ininterrotto dall’Unità fino agli anni ‘50 del secolo scorso, attestandosi nel 1959 al 53%. Durante gli anni ‘60 e i primi ‘70 l’effetto congiunto del miracolo economico, di interventi strutturali e di una politica riequilibratrice portarono il PIL pro capite a oltre il 63% di quello del Centro-Nord, percentuale che negli ultimi 40 anni non è stata più raggiunta. Ma, quel punto di rottura fu l’effetto dell’applicazione dell’idea che lo sviluppo del Sud potesse essere realizzato mediante la grande industria da far sorgere dall’alto, indirizzando i nuovi investimenti delle grandi imprese pubbliche (IRI, ENI, etc.), private (Fiat, Montedison, etc.) e multinazionali. Un’idea economicistica dello sviluppo che – come sottolinea Alfonso Pascale nei suoi scritti – accomunò in modo trasversale le diverse culture politiche: quella democristiana che vide in quel disegno la possibilità di una lunga egemonia mediante il controllo clientelare del consenso; quella comunista che da un allargamento ampio della classe operaia nel Sud s’illuse che potesse derivare una grande opportunità per estendere l’insediamento, in forme moderne, della sinistra. Fu Pasquale Saraceno, il grande capo della Svimez, l’inventore di quell’idea di modernizzazione a tappe forzate che venne perseguita con grande determinazione dalla seconda metà degli anni ‘50 fino agli anni ‘70, buttando a mare il grande lavoro svolto dai primi anni ‘50 con la riforma agraria, l’intervento infrastrutturale della Cassa per il Mezzogiorno e alcune sperimentazioni di intervento comunitario. E isolando e combattendo tutti coloro (Ceriani Sebregondi, Rossi-Doria, Olivetti, Dolci, Zucconi, etc.) che ritenevano che la coesione sociale fosse una premessa, non l’esito dello sviluppo economico, e giravano nel Mezzogiorno con l’intento di ricostruire, con l’educazione e la responsabilizzazione, comunità capaci di autodeterminarsi e di perseguire uno sviluppo industriale legato all’agricoltura moderna e alle risorse locali. Fu quello, quindi, anche il punto di rottura da cui sono scaturiti i mali attuali non solo del Mezzogiorno, ma dell’intero Paese: la crisi dello Stato e della stessa idea di nazione, l’assistenzialismo nel Sud, lo sperpero di risorse pubbliche nazionali ed europee, lo sfascio della pubblica amministrazione gonfiata in modo ipertrofico, i guasti culturali, sociali e ambientali che sono sotto gli occhi di tutti (ad esempio, a Taranto, dove tante ragazze e ragazzi lottano per provare a cambiare il destino a loro riservato dalle polveri rosse della più grande acciaieria d’Europa).

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Oggi, non serve scrivere l’ennesimo piano straordinario calato dall’alto, ma è dai territori locali che occorre ripartire sia per costruire dei meccanismi efficaci per selezionare una classe politico-amministrativa adeguata ai tempi sia per affrontare i mali del Mezzogiorno. Questo considerando che, a fronte di un quadro generale deludente, che porta a ritenere che sia inutile investire altri fondi visto che quelli che ci sono non sono spesi oppure non sono efficaci, oggi il Sud è molto diverso al suo interno (aree metropolitane, aree interne, entroterra napoletano con la provincia di Caserta e la parte della provincia di Salerno più vicina a Napoli, Calabria, Sicilia Occidentale, etc.) per la combinazione dei fattori di ricchezza, di occupazione, di tenuta istituzionale, di qualità della vita, di densità delle relazioni comunitarie, di permeabilità all’innovazione, di presenza della criminalità organizzata. Anche al Sud vi sono aree di relativa ricchezza senza sviluppo e spesso i territori peggiori non sono quelli più poveri, ma quelli in cui si è spenta la relazionalità collettiva con la ritirata delle persone dagli spazi pubblici e con la sostituzione della comunità virtuosa con quella perversa imperniata sui sistemi criminali.

Foto di Francesco CitoE’ nelle comunità locali – spesso proprio nei territori apparentemente più marginali – che si possono trovare soggetti attivi affidabili ed esperienze positive (vedi http://mappa.italiachecambia.org) che indicano come sia necessario e utile cambiare logica, passando da “un modello di potere predatorio”, come lo definisce Trigilia, cioè “il potere visto come appannaggio di chi lo esercita e non come strumento di servizio”, ad un modello che punta sulla promozione e l’accompagnamento dei soggetti attivi responsabili, a cominciare dalle (spesso micro) organizzazioni no-profit impegnate nel valorizzare i beni comuni. Volontariato, associazioni, cooperative e imprese sociali, detengono un capitale di conoscenze e saperi difficilmente eguagliato da altre tipologie di attori e, grazie anche a scelte spesso coraggiose, rappresentano uno dei principali agenti di sviluppo e difesa della democrazia. Chi ha responsabilità di governo deve imparare ad ascoltare i cittadini, porsi l’obiettivo di ricostruire i rapporti di fiducia, dando spazio e dignità al lavoro delle moltissime forme associative che in questi anni hanno svolto i mestieri dello Stato, al posto dello Stato. Le istituzioni devono riconoscere nel volontariato e nelle altre organizzazioni del terzo settore dei soggetti con cui confrontarsi in modo trasparente (non clientelare e collusivo) a livello di politiche generali e non solo interlocutori “settoriali” e dei quali ci si ricorda soltanto in determinate occasioni, spesso di emergenza.

labpresentazione-3972e6aba2Tra gli investimenti mancati e da fare, oltre che alla modernizzazione delle infrastrutture (banda larga, ferrovie, strade, rete idrica), occorre destinare fondi, energie, attenzioni ed interventi per costruire un sistema economico e sociale più innovativo e dinamico, fondato sia sulla valorizzazione delle risorse locali attraverso il rafforzamento dei settori e delle filiere produttive ancora esistenti (agroindustria, industria avionica e aeronautica), sia sulle nuove prospettive offerte dai paradigmi della sostenibilità della green economy (ambiente, cultura ed eventi identitari, ricerca, tutela, recupero e manutenzione del paesaggio e dei borghi, gestione dei rifiuti, energie rinnovabili, agricoltura, turismo, innovazione legata ai processi produttivi esistenti) e della green society (produzione di coesione sociale, fiducia, capitale sociale, senso civico, cultura della legalità, beni comuni, welfare community).

11825575_397266200481317_6565183628078065353_nLa green economy, dalle molteplici declinazioni e interpretazioni, può potenzialmente rappresentare un volano di cambiamento e di nuove opportunità per la generazione di valore a livello territoriale: dall’efficienza energetica alle energie rinnovabili, dalla mobilità sostenibile alla gestione dei rifiuti secondo una strategia rifiuti zero, dall’agricoltura qualitativa alla gestione delle acque, dalla sicurezza e manutenzione del territorio alla valorizzazione del patrimonio storico-paesaggistico, dalla bio-edilizia a prodotti alimentari di ”filiera corta” pulita, a reti sociali green (GAS, coliving, coworking, crowdfunding), agli eventi culturali, a stili di vita in generale più sostenibili. Ma, la green economy presenta una forte componente di conoscenza che implica un sistema di apprendimento continuo, mentre oggi nel Sud sono tanti i bambini a rischio di dispersione scolastica che, se non educati, non capiranno mai che la crescita culturale personale, unita al rispetto della legalità e delle regole della convivenza sociale, favorisce lo sviluppo e il benessere di tutti, anche il loro. Al tempo stesso, incorporando la green economy il paradigma della sostenibilità, appare evidente come questa non sia compatibile con la devastazione delle risorse naturali dei territori derivante dalla cementificazione di coste e valli o dal piano di trivellazioni petrolifere previsto dal decreto Sblocca Italia o dalle servitù militari.

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E’ soprattutto nella possibilità di immaginarsi un modello diverso di convivenza solidale e di società che si trovano le possibilità di rilancio del Mezzogiorno, un’area al centro del quadrante Mediterraneo nel quale sempre più vettori di mobilità vanno sovrapponendosi. Per la prima volta dall’unificazione, infatti, nel Mezzogiorno si accavallano contemporaneamente una nuova migrazione di “italiani” con quella di persone venute da “fuori”, un intreccio inedito e rispetto al quale è vitale trovare al più presto strumenti e soluzioni adeguate tese a favorire sia un rientro dei “cervelli” meridionali sia una permanenza attiva e produttiva sul territorio di una parte delle centinaia di migliaia di giovani profughi e richiedenti asilo (attualmente quasi tutti “transitanti” verso nord) in modo che che sia possibile un rilancio demografico, sociale ed economico del Mezzogiorno a partire dalle aree interne, oggi soggette a forte spopolamento, invecchiamento e marginalità. Mettere in campo politiche ed interventi tesi a favorire un’inte(g)razione socio-culturale ed economica positiva dei migranti stranieri e, al tempo stesso, costruire un territorio accogliente per una nuova residenzialità dei giovani meridionali, rappresenta una delle sfide fondamentali per assicurarsi una prospettiva di futuro al Sud. Favorire il flusso dell’immigrazione straniera ed italiana nelle aree interne, infatti, può significare rendere più gestibili (meno congestionate, caotiche e, quindi, più riqualificabili) le aree metropolitane e favorire il ripopolamento dei piccoli paesi, assicurando la sostenibilità della rete dei servizi (scuole, presidi sanitari, farmacie, veterinari, parrocchie, uffici postali, etc.) e rimettendo in moto l’economia. Su questo tema occorre l’impegno di tutti, guardando anche alle buone pratiche già sperimentate con i rifugiati in alcuni comuni calabresi (Riace, Badolato, Acquaformosa, Caulonia) e alle lotte e ai percorsi di solidarietà attiva contro il modello di gestione dei territori dei vari sistemi criminali, basato sullo sfruttamento dei lavoratori (italiani e stranieri) nei campi di pomodori della Puglia, nei frutteti della Calabria e nelle serre della Campania e della Sicilia.

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La nuova economia che si viene formando introduce nuove categorie di classificazione dei territori: territori aperti e intelligenti da una parte e territori chiusi, rinserrati, e impermeabili all’innovazione dall’altra. Certo è che per le aree interne collinari e montane dell’Appennino (che rappresentano il 53% dei comuni italiani sia pure col “solo” 23% della popolazione, ma che ha in cura e custodia, abitandolo e vivendolo, oltre il 60% del territorio nazionale), la sopravvivenza è sempre più connessa alla volontà (ed alla possibilità) di cambiare, di introdurre innovazioni strutturali capaci di modificare il senso ed il significato della loro storia (passata, presente e futura). In assenza di politiche, di interventi, di progetti capaci di trasformare il senso dell’abitare, del fare, del vivere, il destino delle comunità delle aree interne meridionali appare ampiamente segnato: diventeranno parte di quel patrimonio di borghi abbandonati che sempre più frequentemente caratterizzano il paesaggio collinare e montano italiano. Da sola (purtroppo) la “retorica” delle risorse ambientali, del patrimonio culturale, artistico ed antropologico da valorizzare, della ricchezza di giacimenti gastronomici e di patrimoni identitari e così via (in un contesto come quello meridionale dove è praticamente impossibile tenere separata la valenza naturalistica da quella storica e paesaggistica), non sembra sufficiente ad attivare quel protagonismo sociale che alimenta intelligenza territoriale e progetti di futuro.

10458817_248517225356216_1792984449282274309_nSe si guarda alle esperienze di successo di sviluppo locale in ambiti rurali rimasti ai margini dei processi di industrializzazione manifatturiera ed agricola che hanno trasformato il panorama socio-economico ed antropologico italiano degli ultimi 70 anni, si può notare che ciò che rende intelligente un territorio è l’interazione ed i sistemi che si vengono a determinare tra le risorse territoriali, i modi di produrre (anche quelli più tradizionali), le piattaforme tecnologiche, la diffusione della conoscenza, la crescita creativa, la fruibilità dell’ambiente, la manutenzione del paesaggio e il miglioramento della qualità della vita di chi vi abita, definita innanzitutto nella capacità di accedere a tre servizi essenziali: istruzione, salute e mobilità. Per questo le strategie di sviluppo per le aree interne del Mezzogiorno devono porsi l’obiettivo di favorire l’integrazione delle attività economiche ed imprenditoriali con il recupero e la valorizzazione delle risorse naturalistico-ambientali, architettoniche, umane e culturali; devono necessariamente interagire con quello che il territorio attualmente esprime in termini di infrastrutture e strutture, produzioni agro-silvo-pastorali ed artigianali, di tessuto di micro imprese dedicate all’accoglienza turistica (agriturismo, bed-and-breakfast, alberghi diffusi, guide,…) ed ai servizi alla persona (cooperative sociali, organizzazioni di volontariato), di centri di competenze e di saperi (scuole, associazioni culturali), autonomie funzionali (Enti Parchi Nazionali, Consorzi di Bonifica, GAL, etc.) e locali (Comuni, Comunità Montane). Al tempo stesso, però, le strategie di sviluppo devono essere lo strumento per introdurre ed accrescere una dotazione di intelligenza territoriale in modo da specializzare questi territori come aree ad alto valore paesaggistico ed ambientale con una dotazione elevata di infrastrutture digitali e servizi tecnologici di alto profilo. Immaginare dei progetti di sviluppo sostenibile per i territori rurali delle aree interne meridionali significa riscoprire, riqualificare ed innovare l’agricoltura, costruendo e valorizzando le filiere delle produzioni agricole e pastorali di qualità delle biodiversità endogene legate alla dieta mediterranea, oltre ai rapporti con le aree metropolitane e le piattaforme turistiche balneari della costa. In questo senso, le strategie di sviluppo devono essere degli strumenti per introdure ed accrescere la dotazione di intelligenza territoriale. Intelligenza che, seguendo il quadro analitico proposto dal Prof. Paolo Fusero, si articola in almeno quattro dimensioni: 1) progettare il territorio in modo intelligente; 2) ottenere informazioni intelligenti dal territorio; 3) progettare applicazioni intelligenti a servizio del territorio; 4) utilizzare in modo intelligente il territorio.

11949348_924577157621155_3237649952057891149_nDelle strategie di sviluppo attente alle aree interne meridionali devono rappresentare un’opportunità per ri-progettare i sistemi territoriali in modo intelligente e creare sinergie tra diverse dinamiche territoriali: la distribuzione funzionale delle attività, la valorizzazione delle identità dei luoghi, la riqualificazione e conservazione del patrimonio architettonico, ambientale e paesaggistico, la crescita sostenibile dell’economia, la dotazione infrastrutturale e di servizi, il contenimento dell’uso del suolo, etc. Saperi, conoscenze, cultura e tecnologie sono gli assi di un territorio intelligente e di un’economia territoriale capace di far interagire i flussi (come il turismo, l’energia, l’acqua) con i luoghi. Questo significa che le strategie di sviluppo devono saper tenere insieme la riqualificazione e manutenzione del paesaggio con la conservazione della biodiversità, la valorizzazione delle identità storico-culturali e della ruralità, la realizzazione di greenways (itinerari di esperienze territoriali, organizzati come sistemi integrati di attività funzionali e strutturali) che consentano diverse tipologie di mobilità lenta sostenibile, la produzione diffusa ed articolata di energie rinnovabili, l’eco-turismo, l’agricoltura biologica, la bio-edilizia, gli eventi culturali e altre attività coerenti con lo sviluppo sostenibile e con programmi di ricerca (ad esempio, sul piano della conservazione della natura e delle produzioni agricole) e di innovazione (ad esempio, sul piano di una migliore fruizione delle risorse energetiche nell’agricoltura, nell’abitare e nel turismo) compatibili con la green economy. D’altra parte, ragionare sulle tematiche dello sviluppo locale in un’ottica di green economy nelle aree interne significa riconoscere che la soft e la green economy sono già presenti in questi territori: le produzioni agro-alimentari identitarie, il turismo outdoor, il neo-borghigianesimo connesso al recupero di edifici rurali, mulini, borghi, masserie e centri storici, la parchizzazione del territorio, il circuito degli eventi identitari, la diffusione di impianti per la produzione di energia da fonti rinnovabili, sono alcuni (e forse i principali) indicatori del processo di terziarizzazione e di globalizzazione di un’economia che si situa ai margini delle grandi aree metropolitane e della città diffusa. E’ caso mai il mix tra queste nuove e diverse funzioni territoriali, i collegamenti che si vengono (o che si potrebbero) stabilire tra energie rinnovabili, produzioni tipiche, servizi identitari, qualità del sistema territoriale e flussi della modernità, a determinare un diverso grado di maturità della green economy sul territorio.

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E’ evidente che per perseguire questo tipo di approcci ed obiettivi non bastano politiche di erogazione di denaro pubblico, ma ci vogliono istituzioni intelligenti, non autoreferenziali, in grado di mobilitare energie dal basso e dal sociale grazie alla capacità di valutare gli aspetti qualitativi, leggere e fare gerarchia dei bisogni, essere attente ai territori, promuovere, selezionare ed accompagnare i soggetti e i percorsi locali di sviluppo. Un rinnovamento radicale della cultura politico-amministrativa che sarà facilitato se l’azione riformatrice si ispirerà a modelli (ancorché minoritari) già sperimentati con successo al Sud in questi anni che, considerando il sistema no-profit complementare e non sostitutivo rispetto a quello pubblico, lo valorizzano per raggiungere l’obiettivo di tradurre i bisogni sociali in progetti concreti e sostenibili di intervento.

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Si fa riferimento, ad esempio, all’esperienza in atto legata ai cosiddetti Bandi Barca-Riccardi – Giovani per il Sociale e Giovani per la valorizzazione dei beni pubblici -, gestita dal Dipartimento della Gioventù e del Servizio Civile Nazionale e dal Dipartimento per lo sviluppo e la coesione economica della Presidenza del Consiglio dei Ministri e sostenuta attraverso la riprogrammazione dei fondi comunitari co-finanziati per lo sviluppo nelle Regioni Obiettivo Convergenza (Calabria, Campania, Puglia e Sicilia). Si tratta di un’esperienza che, in linea con le politiche di welfare e con l’azione di coesione ed inclusione sociale promossa dall’Unione Europea, mira a valorizzare i giovani under 35 che, attraverso associazioni di volontariato e privato sociale, cooperative ed enti senza scopo di lucro, partecipano al miglioramento dell’offerta di sevizi collettivi nelle comunità locali.

10959417_918145801558853_725016736267719998_nAltra esperienza interessante è quella della Fondazione con il Sud, nata nel novembre 2006 dall’alleanza tra le fondazioni di origine bancaria e il terzo settore e il volontariato, che ha finora sostenuto oltre 700 progetti di infrastrutturazione sociale e culturale (ovvero percorsi di coesione sociale per lo sviluppo) realizzati da oltre 4.500 organizzazioni di volontariato e del terzo settore impegnate nei territori più problematici del Mezzogiorno. La Fondazione sostiene interventi “esemplari” (per qualità, rappresentatività delle partnership coinvolte, gestione delle risorse e impatto sul territorio) per l’educazione dei ragazzi alla legalità e per il contrasto alla dispersione scolastica, per valorizzare i giovani talenti e attrarre i “cervelli” al Sud, per la tutela e valorizzazione dei beni comuni (patrimonio storico-artistico e culturale, ambiente, riutilizzo sociale dei beni confiscati alle mafie), per la qualificazione dei servizi socio-sanitari, per l’integrazione degli immigrati, per favorire il welfare di comunità. Inoltre, la Fondazione sostiene programmi di sostegno volti a rafforzare il ruolo delle organizzazioni di volontariato sul territorio attraverso il loro consolidamento e potenziamento e la sperimentazione di nuove modalità di lavoro e cooperazione in rete. Infine, la Fondazione ha promosso e sostenuto finora anche 5 Fondazioni di Comunità: Salernitana, Messina-Distretto sociale evoluto, Centro Storico di Napoli, San Gennaro a Napoli, Val di Noto. Si tratta di esperienze che sono espressione delle comunità, frutto dell’aggregazione e della collaborazione di soggetti associativi, istituzionali ed economici locali rappresentativi che operano con l’obiettivo di attivare processi di capacitazione dei cittadini attraverso la promozione della cultura della solidarietà, responsabilità sociale e rispetto della legalità. Il sostegno della Fondazione si concretizza soprattutto nell’affiancamento, accompagnamento e raddoppio (fino a 2,5 milioni di euro) del patrimonio raccolto con attività di fundraising a livello locale.

11059584_397724357102168_8107846308332573249_nA livello regionale, si segnala il programma Bollenti Spiriti attivato dalla Regione Puglia con fondi propri dal 2005, in cooperazione con associazioni culturali, educative ed imprenditoriali locali. Si tratta di una delle politiche pubbliche più note in Italia e studiate all’estero. E’ basato sull’idea che i giovani pugliesi siano una risorsa da valorizzare e non un problema da contenere. Aiuta i giovani a partecipare alla vita attiva tramite azioni tese a migliorare le comunità locali, che si tratti di rigenerare edifici abbandonati per trasformarli in spazi collettivi, di realizzare idee di gruppi informali, di mettere in rete persone diverse e di fare impresa. Ne sono nate mostre che restituiscono la propria comunità a chi la abita, cooperative per ragazzi in difficoltà, associazioni per gli scambi internazionali, ristoranti che integrano nella collaborazione anziani isolati e studenti dell’istituto alberghiero, attività di sviluppo turistico locale e di valorizzazione di attività artigianali, case di produzione cinematografica, imprese vere e proprie, che lavorano anche con l’estero e così via. Il programma Bollenti Spiriti mira a valorizzare le capacità dei giovani di intervenire sulla comunità, così che ne possa beneficiare sul piano pratico della qualità della vita, ma anche culturale, di sviluppo di una cultura della cittadinanza attiva. “E’ un esempio interessante soprattutto per la logica che lo ispira: non quella del ‘ci vogliono più risorse’, ma neppure del finanziamento a pioggia, bensì della fiducia in cambio di assunzione di responsabilità all’interno di un progetto di costruzione di beni pubblici.” (Chiara Saraceno, Il Sud e la logica della fiducia, La Repubblica, 6 agosto 2015:29).

4_libera2014-000b182995Frutto di una virtuosa alleanza tra istituzioni (MIBACT, Regione, Prefettura e Comune), associazioni e comitati locali dei cittadini è il recupero, avviato di recente, dell’imponente Reggia di Carditello nella Terra dei Fuochi. L’ex ministro Massimo Bray, anima del progetto, si batte per farlo diventare un luogo delle buone pratiche gestito da una fondazione capace di coordinare il lavoro di giovani ricercatrici e ricercatori che studino l’ambiente, la storia dell’arte, le innovazioni tecnologiche. Un luogo simbolico capace di raccontare un’Italia differente, dove ognuno fa la sua parte per raggiungere un obiettivo comune. Un luogo dove dare dignità e identità alle moltissime donne e ai moltissimi uomini che si battono per la cultura, per la tutela del paesaggio e dei beni storico artistici. Un luogo di attrazione, un modello di turismo culturale consapevole del valore e del rispetto che occorre dare a questo territorio. Un luogo capace di indicare uno sviluppo differente e sostenibile.
Negli ultimi anni sono nate e si sono consolidate alcune esperienze locali – frutto di alleanze virtuose tra amministrazioni e tessuti associativi locali – tese a promuovere la cura, manutenzione e valorizzazione dei beni comuni, cioè di uno dei fattori chiave per la costruzione di solide reti comunitarie, beni materiali ed immateriali in cui una comunità si riconosce. La nuova connessione tra locale e globale sta dando una seconda chance a molti piccoli centri e c’è chi sta accettando la sfida proponendo modelli di rigenerazione e sviluppo molto diversi e alternativi.

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Negli ultimi anni sono nate e si sono consolidate alcune esperienze locali – frutto di alleanze virtuose tra amministrazioni e tessuti associativi locali – tese a promuovere la cura, manutenzione e valorizzazione dei beni comuni, cioè di uno dei fattori chiave per la costruzione di solide reti comunitarie, beni materiali ed immateriali in cui una comunità si riconosce. La nuova connessione tra locale e globale sta dando una seconda chance a molti piccoli centri e c’è chi sta accettando la sfida proponendo modelli di rigenerazione e sviluppo molto diversi e alternativi.

10714478_293639917510613_165627709934538223_oTra queste c’è l’esperienza della Comunità Cooperativa Melpignano, raccontata ora in un libro (La cooperativa perfetta, Editrice Missionaria Italiana, 2015) da Ivan Stomeo, sindaco del piccolo borgo salentino di 2.300 abitanti, dove nel 2011 è nata la prima cooperativa di comunità italiana che reinveste gli utili derivati da decine di impianti fotovoltaici installati sui tetti (grazie ai quali oggi i cittadini hanno l’energia gratis) e dalle “case dell’acqua”, in progetti per migliorare la vita di tutti i cittadini. La cooperativa di servizi è stata fondata dalle istituzioni e da una parte dei residenti, insieme, con il supporto della Legacoop nazionale e dell’Associazione Borghi Autentici d’Italia. Con i ricavi, che lo scorso anno ammontavano a 23mila euro, la cooperativa ha sostenuto le spese per l’acquisto dei libri di testo di 63 ragazzi di famiglie a basso reddito e contribuito al pagamento della mensa scolastica. Quella di Melpignano è una storia esemplare che dimostra come la formula delle Cooperativa di Comunità, disciplinata in Puglia da una speciale legge regionale (la numero 23 del 2014), sia uno strumento utile per aiutare le amministrazioni comunali a superare le difficoltà di gestione finanziaria e a realizzare interventi partecipati tesi a promuovere il ben-essere delle comunità locali.

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Altra interessante esperienza è quella del Farm Cultural Park di Favara, un centro culturale di nuova generazione con una forte attenzione all’arte contemporanea e all’innovazione; una comunità impegnata a inventare nuovi modi di pensare, abitare e vivere in un comune di circa 30mila abitanti a meno di dieci chilometri da Agrigento. L’obiettivo è quello di recuperare tutto il centro storico e trasformare il paese in un parco turistico-culturale che sia in grado di essere la seconda attrazione turistica della provincia di Agrigento dopo la Valle dei Templi. Al momento è composto da un aggregato di sette piccoli cortili circondati da palazzi nel centro storico di matrice araba della città. Le attività consistono in mostre temporanee e permanenti, residenze per artisti, workshop, presentazioni di libri, concorsi di architettura e molto altro.

11888100_397723447102259_4330858526142748194_nParticolare rilevanza hanno le esperienze che danno rilievo al recupero e alla valorizzazione dei beni culturali ed ambientali, tradizioni culturali, giacimenti enogastronomici, patrimoni dialettali, musicali ed identitari. E’ emerso un protagonismo sociale alimentato da associazioni e fondazioni locali che genera intelligenza territoriale, progetti di futuro e, soprattutto, un ricco circuito di eventi (e social networks sul web) caratterizzati da originalità, progettualità ed attenzione ai linguaggi della contemporaneità, ma con legami e radici profonde nelle tradizioni culturali dei loro territori. Ciascuno di questi eventi culturali muove decine di migliaia di persone che raggiungono le città e i paesi ospitanti, generando una domanda di ospitalità e consumi sui territori, alimentando valore economico e simbolico, ed evidenziando un Mezzogiorno che esprime voglia di partecipazione e crescita culturale. Un Mezzogiorno che ha ricevuto una consacrazione internazionale con la proclamazione di Matera Capitale Europea della Cultura per il 2019. Dagli anni ‘50 del secolo scorso in poi, la città dei Sassi è stata un importante luogo di sperimentazione, innovazione e attrazione di grandi cineasti, intellettuali e artisti, ma anche di feconda ibridazione tra personalità esterne e risorse locali. Matera ha fatto grandi sforzi: da vergogna nazionale a prima città del Sud ad essere nominata patrimonio dell’umanità; da città misconosciuta ad una delle principali città d’arte da visitare; è una città che ha messo in atto alcuni importanti interventi di recupero e che nei prossimi anni punta a valorizzare il suo enorme potenziale culturale per essere una città aperta, creativa, capace di attrarre stabilmente talenti culturali, economici e tecnologici ed essere un nuovo modello culturale di progettare, fruire, comunicare città di piccole e medie dimensioni.

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Tra gli eventi piu noti c’è La Notte della Taranta, un festival di musica popolare salentina, che si svolge dal 3 al 22 agosto in vari comuni della provincia di Lecce e della Grecìa Salentina, soprattutto a Melpignano. E’ il più grande evento d’Europa dedicato alle musiche popolari che, tra i quindici concerti che si svolgono in altrettante piazze del Salento e il concertone finale di Melpignano, fa registrare un totale di circa 300mila spettatori. Nell’agosto del 2008, su iniziativa di Regione Puglia, Provincia di Lecce, Unione dei Comuni della Grecìa Salentina e Istituto Diego Carpitella, è nata la Fondazione La Notte della Taranta. Divenuta attiva nell’autunno 2010, la Fondazione si propone come laboratorio di ricerca e riflessione all’incrocio di tre correnti: quella scientifica, quella dello spettacolo e quella delle politiche culturali. La Fondazione ha l’obiettivo di definire indirizzi e scelte strategiche e gestionali, promuovendo iniziative autonome e coordinando l’azione dei soci per la valorizzazione e la tutela del territorio salentino. In particolare, sostiene lo studio del patrimonio etnografico favorendo manifestazioni culturali, musicali, sociali e di comunicazione, e progetti di sostegno e sviluppo della ricerca sul fenomeno del tarantismo, delle tradizioni grike e salentine, con specifico riferimento alla musica popolare. Oggi, la Fondazione cura l’organizzazione e la produzione del Festival La Notte della Taranta, l’attività dell’Orchestra Popolare La Notte della Taranta ed è impegnata in diversi progetti, convegni e pubblicazioni condotti in sinergia con i centri di ricerca diffusi sul territorio salentino e le principali Università italiane e straniere (Università del Salento, IULM di Milano, Università di Ginevra, Università di Perugia, Università di Tours).

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Il Giffoni Film Festival (dal 2009 Giffoni Experience) è un festival cinematografico che si svolge ogni anno, a luglio, per la durata di circa dieci giorni, nella città di Giffoni Valle Piana, in provincia di Salerno. Nasce nel 1971 da un’idea dell’allora diciottenne Claudio Gubitosi, che ancora oggi ne è il direttore artistico. Protagonisti e giurati della manifestazione sono i bambini e i ragazzi, provenienti da ogni parte d’Italia e del mondo. Il loro compito è visionare i film in concorso e discuterne con registi, autori e interpreti, per poi essere chiamati a sceglierne il vincitore. Il Festival è passato da essere una manifestazione poco più che regionale ad un evento di respiro internazionale, a cui oggi aderiscono personalità del mondo cinematografico, culturale e musicale. Inoltre, oggi il Festival spazia dal cinema alle altre specialità artistiche, come il teatro, le diverse arti figurative e la musica. Un percorso analogo ha seguito Linea d’Ombra – Festival Culture Giovani di Salerno che, nato come festival esclusivamente cinematografico, oggi presenta eventi legati alla creatività contemporanea con cinque macro sezioni: cinema, videoarte & web, performing art, musica, graphic art. Seguendo il filo rosso del tema guida, ciascun segmento si lascia attraversare dagli altri, in una sorta di dialogo tra le arti.

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Fondato (nel 1988) e diretto dal trombettista Paolo Fresu a Berchidda (Olbia-Tempio), il festival internazionale Time in Jazz è uno degli appuntamenti più apprezzati nel panorama nazionale della musica dal vivo, un evento capace di richiamare ogni estate (8-18 agosto) migliaia di spettatori. Oggi, il festival è gestito da un’associazione culturale senza fini di lucro, costituita nel dicembre 1997 e sostenuta da Unione Europea, Regione, Fondazione Banco di Sardegna e amministrazioni locali, che si avvale di volontari ed è attiva anche nell’organizzazione di altre manifestazioni e iniziative culturali (cinema, musica, teatro, danza e arte contemporanea) in diversi momenti dell’anno, oltre a curare l’archivio del materiale prodotto nel corso degli anni (documenti, testimonianze, registrazioni audio e video, etc.). Time in Jazz ha un cartellone fitto di appuntamenti che si snodano per sette giorni consecutivi, dal mattino a notte fonda, in luoghi e spazi sempre differenti: la grande arena allestita nella piazza centrale di Berchidda, teatro dei concerti serali, ma anche i boschi del Monte Limbara, le chiese rupestri nelle campagne del paese e degli altri centri in cui il festival fa tappa, siti di particolare significato storico o naturalistico, o rappresentativi del tessuto socio-culturale locale.

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Il Calitri Sponz Fest in Alta Irpinia (24-30 agosto), giunto alla terza edizione sotto la direzione del musicista e scrittore Vinicio Capossela, si avvale della collaborazione attiva dei comuni di Calitri (capofila), Conza, Andretta, Cairano e Aquilonia. Il festival è nato nel 2013 a Calitri, per creare un’occasione di comunità intorno alle ritualità dello sposalizio. La tre giorni organizzata in quell’occasione è stata possibile solo grazie al grande coinvolgimento del paese e dei suoi abitanti, delle associazioni, delle istituzioni locali che si sono messe al servizio del festival. Un senso di comunità che si è man mano allargato ad altri comuni della valle dell’Ofanto con l’edizione del 2014, intitolata Mi sono sognato il treno e costruita lungo la tratta della sospesa ferrovia Avellino–Rocchetta ponendo, tra gli altri, il tema della movimentazione, dei collegamenti tra persone, come momento aggregante e di riflessione sul buon uso dei beni comuni. Quest’anno il Festival è stato intitolato Raglio di luna, le vie dei muli, i sentieri dei miti, ed è stato costruito intorno all’idea del camminare, del “nomadismo”, del viaggiare accompagnati, al passo dell’uomo e dell’asino, per auscultare il ronzio dei “siensi” perduti, con il senno, con il sapere antico della terra, che sembra essersi smarrito per strada. Una prolungata living performance all’aria aperta all’insegna della celebrazione della natura e dei suoi frutti, le cui scenografie sono i sentieri di campagna e le piazze dei borghi. Sponz viene da Sponzare, viva parola dialettale vicino a sponsale, ma che indica l’atto di spugnare, con riferimento al baccalà, l’alimento da far rinvenire in acqua, al fine di donargli nuovamente vigore e consistenza. Così vuole fare lo Sponz Fest, “ammollare” e “infradiciare” i 25mila partecipanti con letture d’autore, riflessioni sul senso del fare comunità, concerti di musiche tradizionali d’Irpinia, del Sud e del Mediterraneo, serate danzanti, banchetti e carovane dall’alba a quella successiva.

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La luna e i calanchi – Festa della Paesologia, diretta dallo scrittore, poeta e “paesologo” Franco Arminio, si svolge dal 22 al 27 agosto ad Aliano, paese emblematico dei calanchi e della “civiltà contadina” meridionale descritta da Carlo Levi. “La paesologia è una via di mezzo tra l’etnologia e la poesia. Non è una scienza umana, è una scienza arresa, utile a restare inermi, immaturi. La paesologia non è altro che il passare del mio corpo nel paesaggio e il passare del paesaggio nel mio corpo. È una disciplina fondata sulla terra e sulla carne. È semplicemente la scrittura che viene dopo aver bagnato il corpo nella luce di un luogo.” Così Franco Arminio spiega la scienza che studia i paesi nel suo libro Terracarne. La Festa della paesologia, dunque, prevede incontri, suoni, letture e canti nella case, davanti alle porte, sulle scale, nei vicoli, dentro i bar, nelle grotte, nei calanchi, sulle panchine della piazza, con l’obiettivo di creare è una comunità provvisoria che unisce gli artisti invitati, le persone del paese e le persone che vengono ad Aliano.

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Il Palio del Grano (12-19 luglio), giunto all’undicesima edizione, è un laboratorio sociale, animato dalla cooperativa sociale Terra di Resilienza, che celebra tradizioni e radici contadine (frugalità, solidarietà, tutela dell’ecosistema e della biodiversità), ma anche l’innovazione applicata alla ruralità, in quella che non è una rievocazione, ma una gara vera ed autentica nella mietitura a mano del grano tra otto rioni di Caselle in Pittari (Cilento) e otto paesi “compari” gemellati con essi. E’ un’enciclopedia del vivere e del fare festa del mondo contadino, nella quale i saperi tradizionali si manifestano con la loro essenzialità e si riaffermano con orgoglio, diventando motivo di incontro e di allegria, ma anche e soprattutto vanto per chi fino a ieri ne aveva vergogna o ne aveva dimenticato la memoria. Il Palio è preceduto dal Camp di Grano, un percorso di avvicinamento che consiste in una settimana di vita rurale sul campo in cui si impara dai contadini anziani cilentani l’arte della mietitura tradizionale e dei processi di lavorazione del grano fino alla molitura in un mulino a pietra ad acqua e un corso di panificazione naturale con lievito madre. Un momento laboratoriale di osservazione, sperimentazione, esperienza, conoscenza e scambio.

11201603_907044549374416_9167190560342709716_nE’ evidente, come le esperienze qui brevemente richiamate dimostrano, che se si vuole una svolta decisa rispetto al passato, un cambio di logica nelle politiche per il Mezzogiorno che sia in linea con le nuove prospettive di sviluppo offerte dai paradigmi della sostenibilità, green economy e green society, occorre che il tema dell’infrastrutturazione socio-culturale venga messo al centro dell’attenzione.

4_lab-9954ea71faIl non profit costituisce un elemento fondamentale della coesione sociale e contribuisce a generare il capitale sociale che è fatto di dimensioni assieme simboliche ed economiche. La partecipazione attiva a forme associative crea condivisione di valori, unisce le persone e le comunità in una visione comune della propria esistenza e del futuro. Perciò, è necessario, oltre ad un riconoscimento del ruolo strategico del no-profit da parte di istituzioni pubbliche liberate dal controllo di “una classe predatoria di mediatori che hanno usato le risorse del centro per fini assistenziali e clientelari” (Trigilia), che volontariato e terzo settore siano in grado di acquisire una consapevolezza del loro ruolo politico più generale. Quando ci si mette con impegno totale e responsabile a risolvere i problemi reali, tenendosi legati ad essi, si fa qualcosa che non solo aprirà le strade della nuova politica, ma che ha già oggi incidenza politica, perchè immette nella realtà cose nuove con le quali la vecchia politica deve fare i conti.

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Volontariato e terzo settore hanno bisogno di accentuare la loro capacità di fare rete, coalizione e alleanza per i beni comuni, di individuare e condividere obiettivi comuni e generali che, pur rispettando le specificità di identità ed esperienze, consenta di fare massa critica e proporre interventi di carattere complessivo. E devono sviluppare una maggiore attitudine alla comunicazione non banale con l’obiettivo di contaminare virtuosamente il contesto, rendicontando e promuovendo una riflessione critica su lavoro e risultati che quotidianamente realizzano. Ed è sulla capacitazione del tessuto associativo in relazione a questi processi che nel prossimo futuro si gioca anche il ruolo e la funzione politico-culturale dei Centri di Servizio del Volontariato nel Mezzogiorno.

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