Cilento Lab/filiere agro-alimentari identitarie

L’Italia crocevia di migrazioni frutticole

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Estate, Giuseppe Arcimboldo, 1563

In Italia c’è un numero elevatissimo di specie distribuite tra le regioni del Nord, del Centro, del Sud e delle isole (Sicilia e Sardegna), anche se quelle coltivate oggi costituiscono non più del 10% di una lunga lista. La forte vocazione agricola italiana ha alle spalle un lungo e lento percorso di selezioni e coltivazioni.

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A partire da 8 mila anni fa, a un nutrito gruppo di specie indigene si sono sommate numerose specie esotiche, e già nel IV millennio a.C. si documenta la coltivazione dei fruttiferi più emblematici del nostro Mediterraneo, quali olivo, vite e fico, mentre ciliegio, susino e melo, raccolti per lungo tempo allo stato spontaneo, avranno la loro massima diffusione solo quando si sarà affermato l’innesto (anno mille a.C.).

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In epoca romana l’Italia coltiva albicocco, amarena, pistacchio, pesco, noce, nocciolo, mandorlo, melograno, cedro, castagno, pero e carrubo, molti dei quali arrivano, con l’espandersi dell’Impero, dall’Oriente, dall’Africa e dall’Europa settentrionale. Sempre dall’Oriente, grazie agli Arabi, giungono numerose specie di agrumi che, con il tempo, disegneranno caratteristici paesaggi di boschetti d’agrumi sulle riviere italiche (i giardini). 10568909_259042750970330_882597508815509922_nIl cedro è il primo a giungere nel Mediterraneo: gli Ebrei, in particolare, iniziarono a usarlo a scopo rituale (festa dei Tabernacoli); successivamente lo conosceranno, insieme al limone e alcune lime, i Greci e, in seguito, i Romani, come riportano Teofrasto e Plinio.

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Cedri e limoni entreranno presto a far parte della simbologia culturale dei Romani e tanti sono i richiami a questi frutti nell’arte (affreschi, mosaici, sculture).

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Dopo i “cedrati” (limoni e pompelmi), l’altro agrume che si farà conoscere in Europa sarà l’arancio amaro, ovvero il melangolo, la cui introduzione risale al periodo in cui il Mediterraneo è dominato dalle incursioni arabe: esso è accolto come un nuovo “cedrato”, lo chiamano “Pomo Citrino”, le cui nuove caratteristiche (non più un cedrato oblungo, come cedri e limoni) delineano una forma simile a una mela, da cui “Melangolo” (etimologicamente pomo o mela verdognola).

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La curiosità e l’interesse per questo nuovo frutto sono tali che con rapidità si diffonde in tutti i paesi in cui si stabilirono gli Arabi; anzi, sembra che il primo approdo risalga intorno al 300 d.C. in Palestina e in Egitto; di qui, tramite gli Arabi arriva in Spagna, Sicilia, Calabria e Puglia (Gargano).

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Per tutto il Medioevo, e per gran parte del Rinascimento, l’arancio amaro è l’unico arancio a essere conosciuto nelle zone del Mediterraneo: bisogna, infatti, arrivare alla fine della seconda metà del XVI secolo perché si possano avere notizie di un arancio diverso, un agrume con un sapore completamente nuovo, a opera dei Portoghesi. Arriva prima a Lisbona e, immediatamente dopo in Italia, anche se, secondo più recenti ricostruzioni, sembra che artefici della sua introduzione in Europa siano stati i Genovesi.

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Non più cedri, limoni, pompelmi, melangoli, tutti sostanzialmente dal sapore acre, ma un agrume: una “melarancia” dolce.

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Autunno, Giuseppe Arcimboldo, 1573

Con la scoperta dell’America il numero di specie esotiche si fa tanto ampio da modificare in maniera radicale i comportamenti alimentari: si pensi ai pomodori, divenuti ingredienti caratterizzanti la più tipica cucina italiana e del Mediterraneo. Si tratta in prevalenza di colture da orto, mentre sono quasi assenti i nuovi alberi da frutto.

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Inverno, Giuseppe Arcimboldo, 1563

Il kiwi arriva in Italia agli inizi degli anni ‘70 del secolo scorso e nell’arco di appena un decennio caratterizza considerevoli zone agrarie del Nord e del Mezzogiorno. Altri tentativi di nuove introduzioni riguardano jojoba, babaco e kenak, piante che però non hanno incontrato grande consenso.

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Primavera, Giuseppe Arcimboldo, 1573

La diversità frutticola però non è aumentata; infatti agiscono da tempo dinamiche opposte che la riducono. Da tempo si è abbandonata, ad esempio, la coltura del gelso bianco che, negli anni cinquanta/sessanta, si era diffusa in relazione all’allevamento del baco da seta soprattutto nel Mezzogiorno.

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