Aree Interne Mezzogiorno/Cilento

Ricostruire il presente con la consapevolezza del passato di Giuseppe D’Angelo

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«Il tuo villaggio sulla collina tondeggiante odorosa di grano, / di fronte al mare con pescatori all’aurora, / innalzava torri e ulivi argentati. / (…) / Il tuo villaggio era solitario come nella luce d’una favola, / con i suoi ponti, gli zingari, i falò nelle notti / di silenti nevicate. / (…) / Tu provenivi da una collina della Bibbia, / dalle pecore, dalle vendemmie, padre mio, padre del grano, padre della povertà. / E della mia poesia».

Così Vicente Gerbasi ricordava il paese di suo padre, Vibonati, «una aldea viñatera de Italia, a orillas del Mar Tirreno». Lo avrebbe conosciuto solo quando, fanciullo, sarebbe ritornato in Italia per frequentare le scuole elementari. I suoi genitori erano emigrati dal golfo di Policastro pochi anni prima della sua nascita. E Vicente era nato a Canoabo, «pequeño pueblo venezolano escondido en una agreste comarca del Estado Carabobo». untitled

Gerbasi trasforma la memoria dei luoghi (Vibonati) e delle persone (innanzi tutto il padre, ma anche le figure che animano i suoi versi) in una delle più alte forme della poesia lirica latinoamericana contemporanea, ma i luoghi e le persone riemergono e divengono memoria collettiva, forme di un passato che si è sedimentato nel vissuto di chiunque abbia avuto contatti con il mondo della tradizione civile del nostro Mezzogiorno.

La memoria come sinonimo del cambiamento; senza il secondo non esisterebbe neppure la prima, ché la sua ragion d’essere profonda è proprio rievocare ciò che non esiste più.

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Da questo punto di vista il Cilento e le aree interne della provincia di Salerno rappresentano una sorta di modernissima contraddizione nella quale si intrecciano elementi diversi:

1) i tempi assai lunghi dei cambiamenti sociali – come dimenticare il «mondo serrato nel dolore e negli usi, negato alla Storia e allo Stato, eternamente paziente» di Carlo Levi – dovrebbero costituire più la damnatio di una memoria ridotta ad eterno presente che una condivisione collettiva dei luoghi, degli usi e delle genti così come ci sono tramandati;

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2) la “paradossale” condizione di dover superare d’un tratto la società industriale – che in larga misura quaggiù non si è mai compiutamente sviluppata – per “atterrare” direttamente nel bel mezzo della post-modernità può facilmente rivelarsi una “dorata menzogna” che nega il domani in nome di un incerto oggi presentato come acritica adorazione dei “numi tutelari” dei luoghi, immutabili ed estranei nella loro “esistenziale” opposizione alla trasformazione delle condizioni di vita e alle aspettative di ciascuno e le stesse difficoltà e gli ostacoli opposti ad ogni trasformazione dovrebbero costituire la remunerazione per essere stati prescelti per vivere in un “museo”;

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3) la violenza dei processi di trasformazione sociale si coniuga con il maturare di bisogni, esigenze e desideri divenuti essenziali perché indotti da una società opulenta che dei consumi vistosi e ostentati ha fatto la sua condizione ordinaria e che corre il rischio di risolversi in tre pericolose “e”: espulsione, emarginazione, esclusione.

È difficile, allora, convincere una intera popolazione a vivere un perenne purgatorio senza la speranza di un paradiso e, di più, senza la prospettiva di una concreta utopia che sappia rimettere nel giusto ordine memoria e futuro, sviluppo e benessere, conservazione e progresso, ma che sappia anche rielaborare la critica del presente non più solo sulla base della contraddizione tra capitale e lavoro, ma anche su quella ambientale, che consideri il consumo del territorio quale variabile essenziale della produzione.

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Occorre ripartire da moderne antinomie per costruire una critica della ragion economica che ridia “senso” a terre che troppo spesso sono state vissute come marginali, come “piombo nelle ali” dello sviluppo nazionale, come elemento di ritardo, di parassitismo e di puro assorbimento delle risorse.

È indispensabile riscrivere una grammatica e una sintassi dello sviluppo che partano non da esclusivi ed escludenti parametri econometrici (il P.I.L., ad esempio) ma che coinvolgano anche elementi immateriali, quali il benessere sociale, e che sappiano redistribuire gli interventi sulla base di una diversa e solidale rete sociale, che sappia guardare al futuro, così come esso si può oggi immaginare E qui il cerchio si chiude, poiché una memoria non più “dannata”, non più opposta, per statuto e per fini, alla “storia”, diventa uno strumento essenziale per ricostruire il presente conoscendo il passato; perché una memoria, sciolta dalla contraddittoria “immobilità” del tempo meridionale, può ritornare ad essere fattore di una crescita e di uno sviluppo qualitativamente assai diversi da quelli propri della società della fabbrica; perché una memoria collettiva che sappia interagire con un diverso processo di emancipazione – e questa potrebbe essere una quarta “e” – può liberare un territorio e una popolazione dall’adorazione di falsi idoli, gli idola loci appunto, e recuperare i propri numi tutelari quali difensori della famiglia e della città e non come i suoi oppressori.

Giuseppe D’Angelo ‘insegna all’Università degli Studi di Salerno

Il Presente articolo ‘e stato pubblicato nel n.1 de Il Paradosso

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