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Per uno sviluppo ecosostenibile e un turismo diverso in Cilento: la lunga attesa di Godot di Mimmo Pandolfo

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Oltre 20 anni fa, con la promulgazione della Legge Quadro sulle aree protette (L. 394 del 6 dicembre 1991), il Legislatore decise di introdurre una nuova strategia di gestione territoriale, connessa allo sviluppo in ambito rurale o montano, istituendo sette nuovi Parchi Nazionali in aree collinari o montane segnate da forte ritardo di sviluppo, che si aggiungevano ai cinque Parchi Nazionali esistenti, definiti all’epoca “storici”. Da allora il numero dei Parchi Nazionali è cresciuto fino a raggiungere quota ventiquattro e a questi vanno aggiunte varie aree protette a carattere regionale e locale. Iniziò così la nuova stagione del Cilento che a distanza di quasi cinque lustri continua, non senza colpe, ad interrogarsi su cosa fare, quali strategie adottare per risolvere l’equazione area protetta/sviluppo.

In Italia, come d’altra parte in Europa e nel resto del mondo, per effetto dei principi promossi nel corso della conferenza del 1992 tenutasi a Rio de Janeiro, nota come Earth Summit, si diffuse il concetto di sviluppo sostenibile la cui definizione è sintetizzata in poche righe: “La realizzazione di un equilibrio tra esigenze di tutela ambientale e sviluppo economico che consenta di soddisfare i bisogni delle persone esistenti senza compromettere la capacità delle future generazioni di soddisfare i loro”. La convergenza dei presenti al summit su questa definizione significò una espressione di potente assunzione di responsabilità, consapevolezza acquisita anche grazie al Rapporto sui limiti dello sviluppo, ricerca commissionata dal Club di Roma al MIT (pubblicato nel 1972).

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Fin dal 1995, anno di istituzione dell’Ente Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano (solo da qualche anno è stata aggiunta la parola “Alburni”), il territorio cilentano ha fatto da spettatore più o meno partecipe a questo importante principio che è stato riproposto mille e mille volte nel corso di convegni, illustrazione di progetti, presentazione di iniziative e così via dicendo. Ma concretamente cosa è accaduto? Quali sono i risultati conseguiti sia dal punto di vista materiale (qualità delle opere realizzate, iniziative in grado di auto sostenersi) che immateriale (comportamenti, visione, programmazione)? Che effetto ha avuto l’istituzione dell’area protetta cilentana nel settore della salvaguardia del territorio e quanto essa ha inciso sulla diminuzione dei flussi migratori dei giovani verso altre aree?

Se si dovessero considerare dal punto di vista meramente statistico i risultati ottenuti finora bisognerebbe ammettere che essi sono ben poca cosa se messi in relazione con il lasso di tempo intercorso dal 1991 ad oggi e le risorse economiche pubbliche utilizzate. Ma se ciò è purtroppo vero, è altrettanto chiaro che in modo spontaneo diversi stakeholders specializzati hanno sperimentato vari processi e introdotto localmente esperienze legate ad un diverso modello di sviluppo che non necessita di materie prime particolari: ci si riferisce alle attività sportive dolci o di fruizione ambientale che è possibile praticare all’aria aperta e che non necessitano di infrastrutture di marcata impronta ecologica.

IMG_0594 Il modo di vivere, di consumare e di comportarsi determina la velocità del degrado entropico (misura dello stato del disordine di un sistema), che in ultima analisi incide non poco sulla qualità della vita del genere umano, mettendo a repentaglio la sua stessa sopravvivenza. Le mutate sensibilità individuali, le esigenze generali di salvaguardia e di sviluppo attento e rispettoso degli equilibri naturali, stanno imponendo anche nel Cilento il ripensamento delle politiche di gestione e il loro orientamento verso azioni mirate a coniugare conservazione e sviluppo: in altre parole si avverte l’esigenza di attuare i principi promossi a Rio de Janeiro.

Herman Daly, decano delle teorie economiche applicate all’ecologia, in alcuni dei suoi lavori sottolinea l’importanza del concetto di “equità intergenerazionale”: “… se noi riusciremo ad arrivare a un’economia da equilibrio sostenibile, le future generazioni potranno avere almeno le stesse opportunità che la nostra generazione ha avuto”.

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Il comparto turistico offre al Cilento innumerevoli opportunità che possono essere intercettate anche attraverso una programmazione territoriale attenta sia riguardo alla realizzazione delle strutture necessarie, materiali ed immateriali, e sia alla pianificazione di eventi di richiamo diretti alla fidelizzazione di bacini altrimenti attratti da luoghi capaci di offrire spazi ricreativi in grado di fornire risposte a nuove esigenze. E’ evidente a tutti che la vacanza balneare da sola non è più in grado di garantire significativi periodi occupazionali, essendosi ridotto il periodo di fruizione sia a causa di mutate abitudini da parte del visitatore che per mere ragioni economiche legate alla congiuntura sfavorevole. In questo senso è necessario rendersi conto che il “sistema” Cilento, seppure connotato da elevata complessità (natura e paesaggio, geologia e architettura rurale, archeologia e storia recente, gastronomia e produzioni tipiche) si trova a competere in un mercato che offre altre innumerevoli opportunità al consumatore. Oggi il consumatore ha la possibilità di accedere in modo democratico, facile e veloce all’informazione attraverso la rete, accedendo ad una gamma di offerte praticamente illimitata. Ciò deve far riflettere sull’urgenza di intervenire in tempi rapidi sull’assetto del territorio per realizzare i “luoghi” che possono attrarre il nuovo cliente, superando anche la barriera psico-ideologica che definisce il nostro territorio senza uguali nell’universo!

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Wendy Freedman, astronoma e Direttore del Carnegie Observatories di Pasadena (USA), afferma che “c’è diversa importanza tra essere in un luogo significativo e fare qualche cosa di significativo”. Per estensione del concetto si può aggiungere che l’importanza dei luoghi [se questi sono equivalenti] è assolutamente relativa: è importante ciò che si fa nei luoghi. Il “poter fare” diventa così il concreto attrattore e ciò rappresenta il valore differenziale tra nuove opportunità e staticità dell’offerta.
Il settore del turismo naturalistico, ad esempio, mette a disposizione dei territori particolarmente vocati una serie di importanti nuove opportunità. Perché a distanza di oltre 20 anni non si è ancora stabilito nel territorio del Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni un flusso reale di questi utenti della natura, seppure in Europa il movimento conta oltre 3 milioni di tesserati? Nella sola Francia i camminatori sono 35,6 milioni mentre gli escursionisti sono 7,2 milioni (inchiesta Pratiques physique et sportive -2010 – Ministère des sports, de la jeunesse, de l’éducation populaire et de la vie associative); sempre in Francia il recupero del Sentiero di Stevenson, 250 km di percorrenza, è costato circa 2,9 milioni di Euro ed interessa 13 Comuni; è percorso mediamente da circa 6.000 escursionisti per stagione, registra una vendita di circa 4000 topoguide e si stima che un chilometro di questo sentiero genera una ricaduta economica di circa 120.000 Euro (dati Fédération Française de la Randonnée Pédéstre – analisi periodo 2010 – 2012)!

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 L’insuccesso non è solo una questione di mancata promozione o di inefficace comunicazione: è semplicemente la limitatezza del “poter fare” escursionismo, se di ciò parliamo, che determina il mancato arrivo dei camminatori nel Cilento, seppure esso rappresenti una destinazione interessante per tutto ciò che il territorio offre. La locale classe dirigente non ha compreso ancora la portata economica legata a questo settore che non necessita, peraltro, di investimenti faraonici per realizzare le “infrastrutture” necessarie al camminare. I sentieri escursionistici si realizzano con poche migliaia di euro per chilometro contrariamente a quanto fatto nel Cilento, in diversi interventi, sparpagliati, slegati tra loro, senza un disegno logico riconducibile a un progetto d’area vasta. L’esperienza maturata dalle Organizzazioni dei camminatori europei ha determinato in meno di 2.000 Euro/km la spesa media necessaria per realizzare un sentiero escursionistico. Di contro, un km di sentiero escursionistico è in grado di produrre un reddito decuplicato rispetto all’investimento originario!

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E’ un problema anche di competenze: i sentieri per rispondere al bisogno di chi li deve percorrere devono essere progettati da chi ha esperienza nel settore, altrimenti il rischio che si corre è di realizzare un boulevard, un viale e non un percorso in natura.
Realizzare pochi chilometri di sentiero in un Comune non produce alcun risultato di rilievo: un camminatore li percorrerà in brevissimo tempo (a piedi si cammina mediamente ad una velocità media di circa 3 km/h). Cosa diversa è definire una strategia di sviluppo che veda il coinvolgimento di vari Comuni limitrofi, in modo da realizzare un distretto in grado di offrire un ventaglio di destinazioni sufficienti a coprire almeno l’arco temporale di una settimana. E questo modus operandi va applicato a qualsiasi altro intervento volto a raggiungere altri target: un approccio metodologico che tenga conto di quanto detto innanzi concorre a costruire il luogo dove “poter fare”, potenziando l’appeal del territorio.
Il distretto così realizzato da solo non basta, naturalmente. Ad esempio, sarà opportuno selezionare e formare il personale addetto al front office in modo tale da avere collaboratori motivati in primo luogo e che possano fornire informazioni puntuali su ciò che è inerente la pratica sportiva che si intende proporre ad un pubblico che, peraltro, già pratica quella disciplina. E’ importante fornire all’ospite l’idea di un posto fornito di una efficiente “cassetta degli attrezzi”, ove operatori e infrastrutture interagiscono garantendo competenza e qualità.

IMG_1236 - CopiaIn conclusione, è auspicabile un diverso approccio alla complessa materia dello sviluppo territoriale, facendo perno sulla programmazione condivisa degli interventi al fine di scongiurare che il futuro di questa terra sia ancorato una volta di più all’improvvisazione e all’istinto dell’amministratore di turno. L’UE per la prossima programmazione 2014-2020 intende avvalersi della concertazione territoriale in modo da definire un modello di sviluppo voluto dal basso, che raccolga le istanze di chi in ultima analisi deve essere il beneficiario del progetto stesso. Per dar concreto corso a questa impostazione, dunque, è necessario attivare subito, visti i tempi a disposizione, i tavoli di concertazione, dove deve trovare voce la più ampia rappresentanza della società civile.
L’agire di qualità, la sperimentazione di modelli di collaborazione trasversale tra le tante componenti del territorio, nel lungo periodo produrrà frutti certi. I luoghi, per quanto interessanti, non sono rilevanti se niente accade al loro interno. Al contrario, i luoghi animati, contraddistinti da fervore ed entusiasmo, da capacità innovativa e spirito di tolleranza, risultano attrattivi di altre componenti che finiscono per arricchire l’esistente. L’unico quesito irrisolto è quanto durerà nel Cilento questo processo di trasformazione.

Mimmo Pandolfo ‘e il Direttore di CILENTO SERVIZI Oasi Fiume Alento.

Il presente articolo ‘e stato pubblicato sul n. 10 de Il Paradosso.

Fotografie di Mimmo Pandolfo

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