artigianato e piccola industria/Cilento

Piccole imprese e artigianato del Cilento: ecco come uscire dal tunnel di Carmine Farnetano

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La semplificazione della complessità minaccia l’artigianato cilentano che, dopo anni di enfasi su tradizione e tipicità, non riesce ad assumere il ruolo di settore produttivo trainante dell’economia locale. Certo, il Cilento vive anche di artigianato tipico e sono cresciute le attività di carattere artistico; le forme della produzione tradizionale sono state riprese con qualche successo, anche economico. Del resto, l’istituzione del Parco e le politiche comunitarie hanno oggettivamente contribuito alla rivitalizzazione di attività tradizionali in declino: percorsi formativi per gli addetti e sostegno economico a piccole imprese, seppure con discontinuità e prive di un disegno strategico, hanno riaperto il sentiero della tradizione e le lavorazioni del legno o della pietra hanno riacquistato dignità “sociale”. Significativo è stato il recupero delle attività artigianali connesse all’agricoltura: le produzioni di olio, miele, formaggi, carne, pesce, conserve sott’olio, confetture e liquori si sono diffuse in maniera abbastanza omogenea sul territorio e si è delineata una rete di produttori.

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L’artigianato cilentano, tuttavia, è rappresentato solo in parte – in piccola parte – dalle produzioni tipiche e tradizionali. Il blocco più consistente rimane legato all’edilizia ed ai servizi. E sono le attività che negli ultimi anni hanno subìto in maniera più pesante il morso della crisi economica globale.

L’espansione edilizia, con un consumo di suolo insostenibile, ha provocato una selezione drammatica nel settore e la sostanziale scomparsa di figure, queste sì, dotate di conoscenze e saperi tradizionali. La crescita urbanistica, oltre ad aver svuotato i centri storici, ha trasformato profondamente la domanda penalizzando le produzioni locali: dagli anni ’70 la diffusione dell’alluminio e del ferro ha incenerito il comparto del legno e le attività collegate provocando danni, sia sul piano paesaggistico ed ambientale che economico, con la chiusura delle piccole falegnamerie, la rinuncia alle attività boschive e la dipendenza dall’importazione di semilavorati. Con analoga dissennatezza, sono state azzerate le competenze nei settori della lavorazione della calce e della pietra e, anche in questo caso, favorita la dipendenza da cementi, malte e prefabbricati provenienti da impianti industriali. E, naturalmente, la sparizione di artigiani locali è stata colmata con l’importazione di addetti da aree che hanno subito il saccheggio del territorio prima del Cilento. Stessa sorte è toccata al settore dell’impiantistica e della manutenzione: piccole imprese, quasi sempre ditte individuali, sacrificate per la loro debole competitività – soprattutto in ordine ai tempi di esecuzione dei lavori – e ridotte, nei casi più favorevoli, al subappalto irregolare; elettricisti ed idraulici trasformati in rivenditori di terzo livello.

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Questa metamorfosi commerciale – con i falegnami che sono riusciti a sopravvivere diventando rivenditori di mobili, con elettricisti ed idraulici trasformati in agenti di commercio – ha modificato in maniera radicale la struttura del reddito delle piccole imprese e diffuso il ricorso al credito, sia sul lato della domanda che dell’offerta. Il piccolo artigiano cilentano, divenuto rivenditore, per sopravvivere – personalmente e non più professionalmente – ha subìto una ulteriore alterazione: è diventato agente finanziario o intermediario dell’intervento pubblico, ad esempio, nella installazione di impianti solari.

Nell’edilizia – considerata per dogma settore economico trainante -, nel ruolo che l’edilizia ha giocato “contro” l’artigianato, è possibile misurare l’incapacità di costruire una visione territoriale organica prima che di elaborare una strategia di sviluppo efficace. Se il consumo di suolo – quando non la devastazione di aree pregiate – ha rappresentato l’altra faccia della medaglia dell’abbandono dei centri storici nei quali le attività artigianali avevano sede e ragione di essere, l’impiego di materiali “innovativi” ha sottratto agli artigiani la materia prima. Se lo svuotamento dei centri storici ha eliminato la domanda dal lato della manutenzione, la diffusione del ricorso al credito è stata la via per sopravvivere come artigiano-commerciante. Si tratta di un “cahier de doleances” da leggere con gli occhi di chi ha subìto questo processo e con l’ironia necessaria a comprendere – ed accettare – che un territorio in ritardo di sviluppo possa aver vissuto in anticipo le dinamiche che la flessibilità avrebbe diffuso a livello globale dopo oltre 10 anni.

Mancanza di visione e assenza di strategia hanno condizionato anche le attività di servizio alle persone che pure avrebbero potuto rappresentare un elemento decisivo nel settore del “benessere”, invocato spesso come destinazione del territorio grazie alle caratteristiche di salubrità. In questo settore, le risorse investite dalla regione Campania sono state cospicue: la formazione di estetiste e parrucchieri è stata sostenuta con generosità e spesso accolta polemicamente. Tuttavia, sganciata da un disegno organico non ha prodotto risultati apprezzabili per un settore che conteneva, e contiene, un indiscutibile potenziale di innovazione.

L’elenco della semplificazione è lungo e, in filigrana, contiene la lista “delle occasioni lasciate ad aspettare”: i falegnami avrebbero potuto rinnovare porte e finestre delle case antiche ma per gli edifici moderni sono sembrati più adatti gli infissi in alluminio; la lavorazione della pietra locale avrebbe potuto qualificare i centri storici ma era preferibile importare materiali più pregiati. Per ogni scelta, una rinuncia e un passo in direzione dell’impoverimento sociale ed economico seguìto alla perdita di ruoli (sociali) e funzioni (economiche) nel settore storicamente più stabile dell’economia cilentana, come di tutte le aree rurali.

Nelle condizioni attuali, il recupero della complessità, attraverso il riconoscimento di ruoli e funzioni – sia in ambito economico che sociale –, è la via maestra non solo per rilanciare l’artigianato ma, soprattutto, per la tenuta socio-economica (e culturale) del Cilento. Ma è una strada da percorrere rimanendo in equilibrio fra conservazione e innovazione e valorizzando anche gli elementi – e le capacità – positivi che si sono manifestati nel processo di rivitalizzazione dell’artigianato tipico e tradizionale evitando di cadere, ancora una volta, nella trappola della semplificazione.

Carmine Farnetano ‘e il coordinator del GAL Casacastra

Il presente articolo ‘e stato pubblicato sul n. 10 de Il Paradosso.

Fotografie di Antonio Politano

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