Aree Interne Mezzogiorno/Cilento/Urbanistica & architettura

Vulnerabilità sismica degli edifici in muratura (2) di Oliver Rizzo

2. Valutare la vulnerabilità sismica dei centri storici, o fare la fine del tacchino induttivista?
Per capire a cosa serve compiere una valutazione della vulnerabilità sismica (degli edifici) dei centri storici, può tornare utile richiamare alla memoria la vicenda del tacchino induttivista (The Inductivist Turkey) . Questa metafora, attribuita a Bertrand Russell, fu rielaborata da Karl Popper come critica al procedimento induttivo verificazionista, che rappresenta oggi la pericolosa poltrona informatica in cui sono invitati ad accomodarsi gli strutturisti, ovvero i tecnici che assumono l’incarico di effettuare i calcoli, affidandosi ai programmi commerciali per verifiche automatizzate in grado di implementare – questa la consolante promessa – tutte le formule di normativa.

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Figura 1 – Bertrand Russell (Trellech, 18 maggio 1872 – Penrhyndeudraeth, 2 febbraio 1970)

Il tacchino osservò che ogni mattina alle 9 in punto gli veniva portato il cibo, e ciò in qualunque condizione, col sole o col cattivo tempo, tutti i giorni della settimana invariabilmente alla stessa ora. Applicando il metodo induttivo, il tacchino formulò allora la seguente teoria: “Ogni giorno alle 9 si mangia”. Quand’ecco che la mattina della vigilia di Natale un singolo evento inatteso turbo l’equilibrio della teoria e il tacchino fu avviato al suo destino di pietanza natalizia.

L’osservazione di fatti ripetuti non rivela dunque la verità, giacché l’osservazione stessa implica una interpretazione. Dall’osservazione che ripetuti eventi sismici del passato non abbiano provocato, ad esempio nel Cilento, danni considerevoli, non è possibile dedurre, a meno che non si voglia interpretare i fatti alla stregua del tacchino induttivista, che le strutture colpite siano abbastanza robuste, realizzate con criterio e capaci di rispondere in sicurezza anche a sollecitazioni eccezionali. Eppure affermazioni di questo tipo sono sulla bocca di molti, e gli stessi addetti ai lavori non sono immuni dal loro fascino assolutorio.

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Figura 2 – Karl Popper (Vienna, 28 luglio 1902 – Londra, 17 settembre 1994)

Qual è allora l’alternativa? Affidarsi alle normative vigenti e al loro ricco apparato di formule parrebbe una via ragionevole per perseguire la messa in sicurezza delle strutture esistenti. A patto che si tenga presente quanto afferma Kandisky in “Punto, linea, superficie”, ovvero che: ”La formula è simile al vischio. E anche affine alla carta moschicida, di cui gli sbadati restano vittime. La formula è una comoda poltrona, che cinge l’uomo saldamente con le sue calde braccia”.

Se quello che cerchiamo è, in fin dei conti, la verità, non si può non riconoscere che la stessa applicazione delle norme, soprattutto per ciò che concerne le regole da esse proposte, va calata nella realtà con coscienza critica, assumendosi le dovute responsabilità verso gli oggetti che ci si accinge a conoscere. In altre parole, il processo conoscitivo delle strutture storiche non può esaurirsi in una sentenza informatica (l’ha detto il computer!) che ignori la storia passata e il futuro di questi luoghi, o ancora peggio la loro complessità.

Cosa dicono di fare dunque le norme? A rigore, bisogna rispondere: niente. Perché niente è d’obbligo fare sulle strutture esistenti, finché queste non siano interessate da un progetto che dia luogo all’iter burocratico necessario ad acquisire un titolo abilitativo. E quando anche ciò accada, è sul singolo edificio che la norma detta legge, ovvero sulla singola unità strutturale,la cui individuazione è croce e delizia dello strutturista chiamato ad estrarla, generalmente, da un mazzo di case addossate l’una all’altra: situazione tipica dei centri storici.

Ben di rado questa unità strutturale arriva a coincidere con un intero isolato. Il più delle volte consiste in un aggregato edilizio la cui interazione strutturale con ciò che lo circonda è valutata attraverso modellazioni semplificative (non necessariamente sbagliate). Nelle versioni più spinte non è tuttavia escluso che si arrivi a identificare questa unità, piuttosto arbitrariamente, con la porzione di fabbricato strettamente interessata dall’intervento.

Questo scollamento diviene ancora più evidente se si passa dalla scala edilizia alla scala urbana, sulla quale è doveroso allargare lo zoom per elaborare una seria e convincente strategia di riduzione del rischio sismico. Solo ragionando per ambiti è possibile infatti individuare i diversi fattori di rischio ed elaborare scenari credibili verso i quali proporre soluzioni preventive efficaci. Capire quali probabilità ha il singolo edificio di rimanere in piedi è un obiettivo di per sé poco produttivo. Molto più utile è ragionare sull’insieme, in modo da capire (anche) quali sono le vie di fuga e i ripari da privilegiare.

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Figura 3 – Una via del centro storico di Pellare (Cilento) (fonte: http://www.rewinepellare.com)

Ma torniamo alle norme, giacché è attraverso di esse che bisogna interpretare i fatti e proporre le soluzioni. Veniamo da una stagione di grande fermento, in cui gli aggiornamenti si sono rincorsi con cadenze molto serrate (talvolta mensili!), fino alla (temporanea) stabilizzazione avutasi con l’entrata in vigore del D.M. 14/01/2008 contenente le nuove Norme tecniche per costruzioni.

Le NTC 2008 ambivano ad essere una norma prestazionale che, sul modello degli Eurocodici strutturali, ponesse come riferimento della progettazione gli obiettivi prestazionali da raggiungere, più che le regole.

Secondo questa filosofia, gli obiettivi di progetto sono perseguibili con un certo margine di discrezionalità (e di responsabilità) del progettista, nel rispetto di ben distinti principi di base, declinabili per mezzo di regole applicative in qualche modo derogabili, purché vengano garantiti e asseverati i livelli prestazionali obiettivo. A distanza di poco più di un anno dalla pubblicazione in G.U. delle NTC, ecco che esse vengono integrate con nuove e ancor più puntuali istruzioni con la Circolare 2/2/2009 n. 617 recante Istruzioni per l’applicazione delle “Nuove norme tecniche per le costruzioni” di cui al DM 14 gennaio 2008. A quel punto era già chiaro che il dibattito tra norma prestazionale e norma prescrittiva era concluso, a deciso favore della seconda.

Per ciò che concerne il patrimonio edilizio esistente, il panorama normativo non si esaurisce poi nelle NTC e nelle relative Istruzioni, bensì si arricchisce del contributo di numerose altre leggi di cui si risparmia il tedioso elenco. Ad eccezione dell’ultima nata, la CNR-DT 212/2013, pubblicata il 14 maggio 2014 e recante Istruzioni per la Valutazione Affidabilistica della Sicurezza Sismica di Edifici Esistenti. Si tratta di una norma volontaria, il cui contenuto scientifico va preso tuttavia seriamente in considerazione, anche perché sono le stesse NTC a raccomandare di fare riferimento a norme di comprovata validità per tutto quanto in esse non esplicitamente indicato (ben poco, a dire il vero).

Questa digressione sul panorama normativo, che può apparire un inutile esercizio intellettuale, riporta al centro del campo il pericolo paventato da Kandisky, rappresentato da formule simili al vischio e affini alla carta moschicida, che possono trasformarsi per tutti, non solo per gli sbadati e gli svogliati, in una comoda poltrona da cui lasciarsi abbracciare. Chi avesse modo o interesse a dare un’occhiata alle norme citate, trovandosi di fronte una formula come quella seguente potrebbe trovarla tutt’altro che comoda.

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Ebbene, il caldo abbraccio soporifero di una formula come questa, che ha per oggetto la valutazione di danni trascurabili agli elementi strutturali e di danni lievi agli elementi non strutturali, può impedire agli sbadati, mentre la elaborano diligentemente (nel migliore dei casi) in un foglio di calcolo in Excel, di considerare che un elemento non strutturale come il laterizio di un cornicione, o una tegola, o un pezzo di intonaco, cadendo anche da pochi metri in testa ad un passante, per causa di un anche modesto moto sismico, può provocarne la morte.

“Ma come si fa a mettere in sicurezza tutto questo, quando non si riesce neanche a tirare via un infisso in alluminio da una facciata?”, domandava un acuto osservatore durante una recente conversazione avuta in casa sua, in pieno centro storico a Vallo della Lucania. E siccome non era la domanda stanca di chi pensa che sia tutto irrimediabilmente perduto, ha subito aggiunto: “Ci vorrebbero degli incentivi. Per esempio una esenzione dalla Tarsu per “x” anni a chi sostituisce gli infissi in alluminio anodizzato”.

“Esattamente così.” – ho approvato, affrettandomi poi a complicare il discorso con accenni parziali al partenariato pubblico-privato, alla perequazione urbanistica, al credito agevolato e non so più cos’altro.

Di sicuro non ho pensato neanche per un istante a nessuna formula di calcolo. Ho pensato invece a tutto il lavoro che c’è da fare, a cominciare dal rilievo capillare del patrimonio edilizio storico e dall’analisi della sua vulnerabilità. Un lavoro che oggettivamente richiede un grosso impegno, che può essere assunto solo con la partecipazione delle comunità coinvolte e degli enti preposti al governo del territorio. Non v’è ragione tuttavia di scoraggiarsi per la mole delle cose da fare. L’immobilismo e l’incuria hanno fatto già abbastanza danni. E dal momento che ciò che si desidera ottenere è una rigenerazione che porti nuova vita nei centri storici, ritengo che la valutazione della sicurezza del patrimonio edilizio esistente debba avere la priorità. Giacché è immediato osservare come l’incremento della frequentazione di tali luoghi comporti un aumento dell’esposizione al rischio.

Allora, ancora una volta, che fare? La mia risposta è ai limiti della banalità: lavorare. E affinché questo lavoro sia svolto in maniera coordinata e con la partecipazione di tutti i portatori di interesse (cittadini, istituzioni, professionisti) ci sarà bisogno di una piattaforma, di una zattera su cui imbarcarsi. O magari di un’ARCA, se è vero che il viaggio dovrà portarci al sicuro.

Alla costruzione di questa ARCA ho iniziato a lavorare da qualche tempo. Molto presto sarà in condizione di imbarcarsi per una prima sperimentazione, prologo di quello che auspico diventi un laboratorio permanente (o meglio ancora un osservatorio) per lo studio dell’edilizia storica, avente per scopo sia la conservazione dei contenitori che lo sviluppo dei contenuti.

Note

[1] Le riflessioni riportate in questa introduzione sono una rielaborazione di quelle fatte da Antonio Perretti nel capitolo 1 del libro La validazione del calcolo strutturale eseguito con il computer, Maggioli Editore, 2007.

 

Oliver Rizzo ‘e ingegnere edile strutturista.

Figura 5 – Bozza del frontespizio del progetto ARCA | LAB Cilento (in costruzione)

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