Aree Interne Mezzogiorno/Cilento/Urbanistica & architettura

Vulnerabilità sismica degli edifici in muratura (1) di Oliver Rizzo

1. Stato dell’arte
Da dati relativi al 14° censimento Istat risulta che oltre il 46% delle costruzioni in muratura portante in Italia è stato realizzato prima del 1945. Si tratta di 3.210.000 edifici, di cui ca. il 40%, cioè oltre 1.200.000 edifici, versa in mediocre o pessimo stato di conservazione.

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Considerando che dal 1940 al 1945 il paese era in guerra, è ragionevole ritenere che la maggior parte di questi edifici sia stata costruita prima del 1940. Questa distinzione è di importanza non secondaria, dal momento che solo nel 1937 fu emanata una normativa che rese obbligatori, peraltro solo nelle zone allora riconosciute come sismiche, gli edifici con impalcati in cemento armato e cordoli di incatenamento (edifici della terza classe, secondo la classificazione introdotta dal Prof. Michele Pagano, al cui libro “Teoria degli edifici” ed in particolare al tomo relativo agli “Edifici in muratura” si rinvia per un utile approfondimento).

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Figura 1 – A L’Aquila, nessun edificio della terza classe è crollato a seguito del sisma del 2009 (foto di Bruno Calderoni)

Il Regio Decreto Legge 22 novembre 1937 n. 2105, Norme tecniche di edilizia con speciali prescrizioni per le località colpite dai terremoti, pur non occupandosi in maniera esaustiva del problema della sicurezza al sisma delle strutture in muratura, prescriveva per le nuove costruzioni in muratura impalcati e cordoli in cemento armato interposti tra un ordine e l’altro delle pareti murarie, avendo riconosciuto l’importanza prioritaria di disporre di un collegamento efficace tra le membrature resistenti ai fini della risposta al sisma e per scongiurare i fenomeni di danno tipici degli edifici con orizzontamenti voltati e/o con solai in ferro o in legno semplicemente appoggiati (edifici della prima e della seconda classe, ovvero misti).

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Era stato il terremoto di Messina del 1908 a rivelare fatalmente, con decine di migliaia di vittime,  la vulnerabilità degli edifici i cui orizzontamenti fossero stati realizzati con volte o con solai non in grado di esplicare un sufficiente grado di vincolo. Il collasso delle pareti fuori dal loro piano, dovuto allo scarso grado di vincolo fornito da tali tipologie di orizzontamento e all’assenza di altri tipi di collegamenti orizzontali (catene), era stato il meccanismo di danno più frequente. Si era potuto registrare invece l’efficacia della risposta delle strutture intelaiate in cemento armato, che erano state oggetto fin dai primi anni del ‘900 – con il D.M. 10/01/1907 – di prescrizioni specifiche.

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Figura 3 – Messina, edifici danneggiati dal sisma del 1908 (è ben visibile il crollo delle pareti perimetrali per meccanismi fuori piano)

Il nuovo materiale destava evidentemente preoccupazioni maggiori della muratura, la cui affidabilità sembrava attestata da testimonianze plurisecolari. Si è dovuto attendere invece altri decenni – e altre terribili prove (Belice 1968, Friuli 1976, Irpinia 1980) – perché venisse emanato un apposito decreto per la muratura: il Decreto Ministeriale 20 Novembre 1987 contenente Norme tecniche per la progettazione, esecuzione e collaudo degli edifici in muratura e per il loro consolidamento (prima norma a introdurre anche l’obbligo del calcolo a rottura).

Va riconosciuto che questa lentezza trova giustificazione, da una parte, nell’oggettiva difficoltà di studiare il “materiale muratura”, dall’altra nel fatto che l’avvento degli schemi statici che hanno dato impulso allo sviluppo di modelli adeguati allo studio della stabilità delle strutture in muratura si è verificato solo dopo la diffusione del cemento armato. (Una attenta disamina degli studi e dei regolamenti emanati, non solo in Italia, fino alla metà del secolo scorso a riguardo delle costruzioni in muratura è contenuta nel cap. 4 del testo già citato di Michele Pagano, edito da Liguori, Napoli 1968).

Sembrerebbe quasi che la normativa tecnica abbia fatto negli anni da contrappunto agli eventi sismici, giungendo alla sua versione più recente solo dopo nuovi dolorosi eventi, come quelli accaduti a S. Giuliano di Puglia, a cui seguì l’emanazione della OPCM 3274 del 2003, da cui si è infine arrivati alle attuali Norme tecniche per le costruzioni (NTC 2008), a loro volta entrate in vigore solo dopo il terremoto de L’Aquila del 2009.

Dalla spaventosa lezione di Messina alle nuove NTC è passato un secolo. Un cammino lungo, e sicuramente sofferto, verso la consapevolezza (?) della fragilità del costruito storico, che se da un lato si nutre oggi di maggiori certezze sul piano scientifico (cui corrispondono prescrizioni normative più attente), inquadra dall’altro un panorama sostanzialmente immutato, con un numero spaventosamente alto di edifici in muratura che soffrono ancora di carenze potenzialmente distruttive, dell’assenza di opportuni rimedi migliorativi e, in casi non rari, dell’esecuzione di interventi sbagliati.

Un simile stato di cose chiede risposte integrate, se si vuole scongiurare il pericolo di una progressiva sostituzione del costruito storico con un interventi in stile new town. Risposte che possono arrivare solo dall’attivazione di politiche di rigenerazione urbana dei centri storici che riconoscano la necessità di collegare efficacemente la pianificazione delle nuove trasformazioni al recupero dell’esistente, attraverso strumenti legislativi capaci di vincere le inerzie e attivare pratiche virtuose.

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Figura 4 – Il cartello, in versione rigenerata, reciterebbe più realisticamente: “Sì al consumo di suolo, purché si recuperi l’esistente”.

Una risposta in tale direzione è stata elaborata in Campania dal Reframe Workgroup, costituito dagli architetti Francesco Ruocco, Franca Maria Bello e Massimiliano Ruggiero, il cui lavoro ha portato alla proposta di Legge Regionale della Campania n°478 dell’11.09.2013 a cura degli on.li Donato Pica, Rosa D’Amelio, Giulia Abbate. Tale proposta ha appunto ad oggetto la rigenerazione urbana dei centri storici dei comuni minori, ed è ben descritta dalla premessa allo schema metodologico per la sperimentazione operativa della legge elaborata dal gruppo citato, di cui si riporta l’incipit.

“Con il termine RIGENERAZIONE URBANA si può intendere un processo e/o una politica di governo del territorio, attivati o supportati da processi partecipativi e di partenariato pubblico/privato, con oggetto il patrimonio edilizio ed urbanistico esistente, finalizzati a garantire la permanenza, il ripristino o ilrinnovamento delle condizioni di vitalità e sostenibilità socio-economica, culturale ed ambientale, di qualitàurbana, funzionale e prestazionale, in particolare in termini di dotazione di attrezzature, servizi einfrastrutture, di risparmio energetico e sicurezza dalla vulnerabilità sismica ed idrogeologica.

La rigenerazione urbana, attraverso azioni materiali ed immateriali, mira all’ottimizzazione del consumo di suolo, comprendendo interventi di completamento ed anche di trasformazione urbana qualora correlati congli interventi di recupero e riqualificazione del patrimonio esistente e prioritariamente del centro storico edelle aree urbane dismesse. Gli incentivi o la correlazione tra interventi possono tradursi nel ricorso a misure premiali composte (oneri concessori, consistenze volumetriche e di superficie, destinazioni d’uso,oneri fiscali e finanziari).

Nel centro storico la politica di rigenerazione urbana si traduce nella combinazione opportuna delle categorie di intervento della manutenzione ordinaria e straordinaria, del restauro e del risanamentoconservativo, della ristrutturazione edilizia ed urbanistica, nella compatibilità con il quadro generale delletutele, con l’obiettivo della valorizzazione del patrimonio culturale, della fruizione compatibile, del riusoprioritario e della messa a norma del patrimonio edilizio esistente, della rivitalizzazione urbana, culturale esocio-economica (effetto città ed effetto comunità).” (Reframe Workgroup, 2013)

Nella direzione indicata da questa proposta riteniamo debbano svolgersi azioni mirate alla tutela del patrimonio edilizio esistente. Tra queste, l’analisi della vulnerabilità sismica dell’edilizia storica (in muratura) è tra le più urgenti. Di valutazione della vulnerabilità sismica degli edifici in muratura si parlerà quindi nel prossimo numero di questa breve rassegna.

 Oliver Rizzo ‘e ingegnere edile strutturista.

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