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La sostenibile leggerezza della resilienza nel recupero dell’edilizia storica di Oliver Rizzo

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Fig. 1 – Stampa antica del Pantheon di Roma (I. Gentile, S. Ricci – 1910)

1.     Considerazioni introduttive

Il patrimonio edilizio storico è tra le riserve di arte, storia e cultura più importanti di cui l’Italia dispone. Questo patrimonio si compone di capolavori dell’architettura e di un una vasta produzione di manufatti minori, in grado di contribuire in maniera determinante al disegno di paesaggi urbani unici al mondo: ecosistemi straordinariamente complessi e densi, costruiti dall’uomo in funzione delle sue molteplici attività quotidiane, non riducibili al monoteismo post-moderno della residenza.

In questi luoghi, abitare era solo una funzione in equilibrio con altre, ovvero con le funzioni di un mondo rurale che è sopravvissuto, specie nelle regioni poco o nulla interessate dall’industrializzazione, fino a pochi decenni fa. Governare animali nei cortili o nelle stalle ricavate nelle cantine, tenere una bottega artigiana, gestire un negozio: erano tutte attività compatibili con l’abitare e che oggi richiedono invece destinazioni d’uso distinte da quella residenziale.

Un approccio sistemico nel recupero dei centri storici è indispensabile per rispettarne la complessità semantica e per recuperare, insieme ai contenitori, anche la loro vocazione alla pluralità, alla liquidità delle funzioni in essi mescolabili, per realizzare – in forme attuali – quel mix funzionale con cui è possibile superare i limiti classificatori delle zone omogenee.

Va osservato inoltre che i centri storici sono come un meraviglioso enigma genetico. Lasciare che i singoli proprietari mettano mano al loro pezzetto di puzzle senza preoccuparsi dell’enigma complessivo ne compromette la soluzione. Un tale enigma chiede di essere risolto in maniera globale. Anche con riferimento agli aspetti strutturali, rispetto ai quali l’iniziativa (non coordinata) del singolo può essere perfino più dannosa dell’inerzia generale e dell’abbandono.

Sappiamo che l’Italia è un paese fortemente sismico e che gran parte dell’edilizia storica è esposta al rischio di subire danni molto gravi in caso di terremoto. Questa consapevolezza, benché alimentata da cronache che con tragica periodicità seguiamo sui mass-media, non basta da sola a mettere in sicurezza l’edilizia storica. Servono investimenti e una strategia di lungo periodo che miri a ridurre il rischio e a tradurre in pratiche sostenibili le raccomandazioni che vengono dagli istituti di ricerca.

Gli sforzi compiuti per conservare e valorizzare il patrimonio edilizio storico hanno riconosciuto la priorità di salvaguardare le costruzioni dotate di maggiore dignità storico-artistica. Un destino affatto diverso sembra pendere sul tessuto edilizio ordinario. Nel seguito di questo articolo si vuole discutere della necessaria convergenza tra recupero strutturale e recupero funzionale del tessuto edilizio dei centri storici. Questa convergenza può trovare, in particolare nelle aree interne del paese, un formidabile sostegnosia teorico che pratico nel concetto di resilienza.

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Fig. 2 – Veduta di Novi Velia, tratta da http://www.parks.it.

2. La resilienza: fondamento strategico per il recupero sistemico di beni ed attività.

Cosa ha a che vedere il pendolo di Charpy con un Seed Saver? Apparentemente nulla. Il primo è lo strumento utilizzato per la prova di resilienza dei metalli, ovvero della loro capacità di assorbire energia prima di giungere a rottura. Il secondo declina la resilienza come salvaguardia della biodiversità: coltiva specie dimenticate dal mercato e permette così la conservazione dei semi, ovvero del patrimonio genetico in essi contenuto.

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Fig. 3 – Il pendolo di Charpy e il suo funzionamento nella prova di resilienza dei materiali metallic

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Fig. 4 – Il seed saving pemette la conservazione della biodiversità a beneficio delle generazioni future (immagine tratta dal sito http://www.seedsavers.org)

Il paragone sta in questo: così come l’agricoltura ha selezionato (e manipolato) nel corso degli anni le specie coltivate per renderle più adatte alle esigenze di mercato, così l’industria delle costruzioni ha incentrato la sua attività sull’uso di materiali più adatti alle esigenze della produzione e più docili alla trattazione teorica (P. Lenza, A. Ghersi, 2011).

La muratura, che viene impiegata come “materiale” da costruzione da millenni, è affetta da anisotropia, disomogeneità, disuguaglianza nel comportamento elastico (resiste bene a compressione, ma molto poco a trazione), non linearità: tutti attributi che hanno contribuito a tenerla in disparte per molto tempo dai progressi compiuti dalla scienza delle costruzioni, i cui modelli matematici sono nati e si sono sviluppati insieme ai materiali moderni: l’acciaio e il cemento armato. Il paradosso è stato quindi che si sono approfondite le conoscenze sui materiali moderni, mentre la muratura restava confinata nel dominio empirico di regole dell’arte che, tuttavia, si andavano assottigliando (un po’ come i muri portanti) nel passare da una generazione all’altra.

Ridurre i costi di produzione è stato l’imperativo a cui hanno risposto la chimica e la meccanica nell’agricoltura e nell’industria delle costruzioni, a scapito della conservazione di un patrimonio genetico e gnoseologico che, in entrambi i casi, sia per l’agricoltura che per le costruzioni, può sopravvivere davvero solo per mezzo di una sapienza tramandata di generazione in generazione.

Abbiamo perso molto e molto, oggi, è da recuperare. Molto, si teme troppo, è pressoché irrecuperabile. A cominciare dal sapere costruttivo dei mastri muratori, le cui tracce sopravvivono nelle costruzioni esistenti e nelle pubblicazioni di chi le ha studiate.

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Fig. 5 – Anello in ferro murato, utilizzato per legare il cavallo o l’asino

Non è lecito sperare in un pieno recupero di questo sapere. È più onesto ed utile riconoscere che il meglio che possiamo fare è non maltrattare le testimonianze rimaste con interventi invasivi, pesanti, dannosi. Il meglio che si può fare è rallentare questa regressione, questa reductio imposta dalle logiche del mercato.

In tal senso, la resilienza è una risposta sicuramente rivoluzionaria, la cui capacità di farsi portatrice di complessità va valorizzata nell’ambito di un approccio olistico. Da questo punto di vista, si possono generare proficue risonanze tra il tema della resilienza in agricoltura e quello della resilienza applicata alla salvaguardia delle costruzioni storiche in ambiti non metropolitani. Innanzitutto per la contiguità storica e culturale dei centri storici delle aree interne con il mondo agricolo. Una contiguità che oggi potrebbe essere riletta in forme compatibili con le aspettative di ri-funzionalizzazione produttiva dei centri storici, in riferimento soprattutto al turismo, alle iniziative didattiche, alla generazione di incubatori di memoria e alle sperimentazioni più avanguardiste delle start-up che guardano con interesse alla rigenerazione di questi spazi attraverso l’uso di nuove tecnologie abbinate a pratiche antiche.

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Fig. 6 – Plot delle intensità macrosismiche massime in Italia (Fonte: DBMI – Data Base Macrosismico Italiano http://emidius.mi.ingv.it/DBMI11/presentazione.htm, a cura di M. Locati,  R. Camassi e M. Stucchi.)

Se ci fermiamo a ragionare sulle strutture, ci accorgiamo che la resilienza è una categoria emergente nel mondo della progettazione antisismica (si veda in proposito il lavoro sviluppato dall’Arup International Development Team col supporto della The Rockfeller Foundation nell’ambito del City Resilience Framework).

Progettare (o recuperare) le strutture in modo che siano resilienti significa garantire che esse abbiano la capacità di assorbire l’energia dei terremoti (più in generale, di qualsiasi shock possa arrivare a sollecitarle) senza andare fuori servizio, permettendo invece, dopo una inevitabile fase di emergenza, una rapida ripresa delle attività vitali.

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Fig. 7 – Mappa di pericolosità sismica del territorio italiano (fonte: INGV)

Cosa significa, invece, progettare (o recuperare) una struttura in modo che essa risponda alle normative antisismiche vigenti? Significa assegnare alla struttura una vita utile (il periodo standard per le abitazioni è 50 anni) e farla abbastanza robusta e duttile da garantire che la probabilità di un suo collasso durante questo tempo sia contenuta entro prefissati livelli (dell’ordine di 1/106), definiti in sede normativa. Si tratta a tutti gli effetti di una scommessa probabilistica, basata su considerazioni socio-economiche, che riconosce l’impossibilità di chiedere ai costruttori di fare le strutture (in sintesi) più robuste di quanto il mercato possa pagarle.

Questa logica commerciale non può essere applicata senza gravi pregiudizi all’edilizia storica, la cui vita utile non può evidentemente essere fissata in 50 anni. Né l’edilizia storica può essere considerata sostituibile o integrabile come è (quasi) tutto ciò che si è costruito dopo il secondo conflitto mondiale.

Sono più ampi  e più complessi gli orizzonti del costruito storico, sia quello temporale che quello culturale. Di questa ampiezza e complessità deve tenere conto ogni intervento che abbia come finalità il recupero e l’adeguamento antisismico di una struttura storica, proponendo soluzioni ad elevato grado di compatibilità, reversibilità e manutenibilità (giacché, nel tempo, anche i provvedimenti migliorativi possono subire fenomeni di degrado e necessitare di integrazioni o sostituzioni).

Il concetto di vita utile applicato a un intervento di recupero non può prescindere dalla seria considerazione di quali sono gli obiettivi di tale intervento. Se lo scopo è salvaguardare un manufatto che ha centinaia d’anni e di cui si vuole garantire la stabilità altrettanto a lungo, si capisce come la cosa peggiore che si possa fare sia , assegnatagli incongruamente una vita utile residua di 50 anni, rattopparlo con un materiale come il cemento, la cui durabilità è fortemente condizionata dai fenomeni di degrado che gli sono propri e la cui reversibilità non è neanche il caso di mettere in discussione, per tacere della compatibilità.

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Fig. 8 – Il frontespizio de “L’art de batir” di J. Rondelet, tra i primi e più acuti studiosi delle murature

Viceversa, l’utilizzo di materiali anch’essi soggetti a naturale degrado (malte di calce, legno, acciaio), ma altresì sostituibili con maggiore facilità, permette di guardare al progetto di recupero di un edificio in muratura come un continuum storico, che prendendo le mosse dalle origini del manufatto, ne rilega le pagine scollegate per vetustà o implicita debolezza morfologica e ne consente una lettura critica aperta ai commenti dei contemporanei e alle implementazioni cicliche.

In quest’ottica, progettare un recupero resiliente non deve per forza comportare un incremento drastico della robustezza della struttura. Può significare invece occuparsi della sua salvaguardia mediante un insieme pensato (progettato) di azioni immediate e di azioni successive, per il ripristino periodico della capacità portante, oppure per un pronto rinnovo dell’adeguamento a seguito di eventi sismici.

Esprimendosi con il linguaggio della manutenzione programmata, è un po’ come confrontare i risultati che si possono ottenere, in termini di affidabilità ad un certo tempo t*, da un modello ridondante (più pesante) e da un modello dinamico, su cui si interviene razionalmente nel tempo (più leggero).

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Per contare su una data affidabilità A* allo scadere del periodo di validità dell’intervento t*, bisogna investire di più e realizzare interventi più massicci, peraltro senza poter essere certi che qualche imprevisto non sopraggiunga a turbare le previsioni iniziali.

Dividendo lo stesso spazio temporale in più intervalli, si possono realizzare interventi più leggeri e razionali, che prevedano fin da principio la necessità di monitorare l’efficacia delle soluzioni implementate.

Del resto, lo stato delle conoscenze scientifiche si arricchisce con continuità per gli esiti di nuove ricerche, gli strumenti di analisi si raffinano e le stesse tecnologie si evolvono verso l’impiego di materiali innovativi (come i polimeri fibrorinforzati).

In questo panorama in continua evoluzione, proporre soluzioni definitive (come la sostituzione totale dei fabbricati con nuove costruzioni) appare altrettanto irresponsabile che l’integralismo estetizzante di chi vuole salvare tutto con l’uso dei soli materiali originari (malte di calce, pietra e legno).

Un progetto dinamico (variabile nel tempo) è un progetto che è capace anche di rispondere alle mutate esigenze d’uso delle strutture, consentendo dunque un continuo aggiornamento della compatibilità di nuovi usi con le (“n” volte rinnovabili) strutture.

Appare quindi davvero urgente, a prescindere dagli (insufficienti) obblighi normativi, avviare una campagna di analisi che miri a valutare con attenzione la vulnerabilità dei fabbricati storici e a definire un catalogo di soluzioni sostenibili e rispettose sia della storia dei fabbricati stessi, sia della pluralità delle funzioni che essi possono tornare ad ospitare, sia infine dei progressi futuri della scienza e della tecnologia.

(Di vulnerabilità sismica e di strategie per la valutazione della sicurezza delle strutture si discuterà in un articolo di prossima pubblicazione.)

Oliver Rizzo ‘e  ingegnere edile strutturista

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Fig. 9 – Il frontespizio della relazione sul City Resilience Framework

 

 

 

 

 

 

 

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