Cilento/Storia del Cilento

Terra d’eroi: i moti cilentani del 1828 e la soppressione del comune di Bosco di Gigi Di Fiore

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C’è un luogo più di altri che in Cilento è diventato simbolo di tutte le repressioni violente del dissenso, comuni a ogni epoca della storia. Quel luogo si chiama Bosco e fa parte del territorio cilentano non costiero. Era comune autonomo nel 1828, oggi è una frazione di San Giovanni a Piro. Le vicende sono note, raccontate da Matteo Mazziotti (un cilentano di Celso frazione di Pollica), Nicola Nisco, Benedetto Croce e, in epoca più recente, dallo scrittoreeditore cilentano Giuseppe Galzerano.

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Regnava Francesco I di Borbone, l’unica rivolta del suo breve dominio durato appena 5 anni fu, appunto, quella del Cilento. Camerota, Palinuro, Licusati, San Giovanni a Piro ne furono i centri principali. Come sempre, a motivazioni economiche si unirono anche rivendicazioni politiche animate dalla setta dei Filadelfi che speravano in un appoggio dalla Russia. Composito fu il gruppo di capi della rivolta, cui si unirono anche i briganti Patrizio, Donato e Domenico Capozzoli di Monteforte con la loro banda. In tutto, presero le armi circa 150 uomini, accolti in maniera trionfale a Bosco e con ostilità, invece, a San Giovanni a Piro.

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L’annoso problema delle terre demaniali libere da poter sfruttare fu la cenere che infiammò la rivolta. Quando a Napoli giunse la notizia che il forte di Palinuro era in mano ai rivoltosi, venne decisa la repressione affidata al maresciallo Francesco Saverio Del Carretto, con poteri di alter ego del re. Il 7 luglio 1828, Del Carretto diffuse un manifesto. Parlava di “tracce di attentati ai sacri beni di sicurezza e tranquillità”. Elencando, poi, i luoghi “principio e fine dell’emergenza di cinque giorni”: Camerota, Bosco, Acquavena, Licusati, Cuccaro.
E bollava proprio Bosco, come il luogo da distruggere per il sostegno dato alla rivolta. Con queste parole: “Se riede clemenza dopo giusto furore, l’esistenza però del comune di Bosco sarebbe insoffribile. Sia dunque distrutto, e non lasci delle perfide sue mura vestigio alcuno”. Bosco venne completamente distrutta. Era la città in cui nacque il sacerdote Raffaele Fatigati, in rapporti con i Filadelfi, e che accolse sempre il canonico Antonio Maria De Luca, considerato uno dei capi della rivolta.
Il governo di Napoli si divise sull’opportunità di distruggere il paese, ma prevalse l’idea di Del Carretto. I soldati fecero uscire la gente dalla case, poi diedero fuoco a tutto. La punizione fu la soppressione di ogni autonomia di Bosco, che divenne “comune soppresso”. Del Carretto decise che “il suo nome sarà cancellato dall’albo dei comuni del regno”, aggregando il territorio al comune di San Giovanni a Piro.

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Una divisione amministrativa rimasta nel tempo. Gli abitanti, dispose l’alter ego del re, avrebbero potuto ricostruire le loro case solo a San Giovanni a Piro.
Fu ancora una volta la scarsa risposta dei contadini ad unirsi al gruppo limitato di rivoltosi, una delle cause del fallimento della ribellione cilentana. Del Carretto bollò quelle zone come “terra dei tristi”. All’estero, invece, soprattutto qualche giornale inglese parlò di “terra di eroi”. E Bosco ne rimase luogo simbolo.
Non a caso fu proprio a Bosco che Josè Garcia Ortega, amico e allievo di Picasso, si stabilì per qualche anno. Un pittore-artista simbolo di libertà: perseguitato e imprigionato in Spagna dal regime franchista, rimase affascinato dal Cilento. Prese casa a Bosco, vi dipinse un pannello commemorativo sui moti del 1828 che raffigura i soldati borbonici in marcia.

José_Garcìa_OrtegaJose’ Garcia Ortega

“Perché per tre volte Bosco risorse più fiera e più bella e nel verde di fronte al mare sempre pronta a battersi per la libertà”, si legge sul dipinto visibile a largo Martiri moti cilentani a Bosco. Fu, quella del 1828, una rivolta di pochi, repressa senza difficoltà. Ma divenne quasi una medaglia per il Cilento, microregione da sempre culla di civiltà, filosofia, libertà. Contro tutti i regimi. E Bosco, nonostante da allora abbia perso la sua autonomia di comune, ne resta uno dei luoghi-simbolo. È il Cilento, così pieno di storia e cultura, terra da raccontare. Terra da preservare. Terra da conoscere.

Il presente articolo ‘e stato pubblicato nel n. 0 de Il Paradosso.

 La casa di Ortega a Bosco

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