Cilento/Storia del Cilento

Sulle orme del Genius Loci. Filosofia e Geografia del territorio cilentano attraverso i toponimi di Silvia Siniscalchi

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Esiste un nesso profondo tra le forme della cultura filosofica e quelle della geografia del Cilento. È un legame racchiuso innanzitutto nel Genius Loci di una parabola paesaggistica ricca di contrasti: non solo perché al blu abissale del mare, al biancore delle falesie e delle spiagge rocciose della costa si frappongono i sentieri impervi, gli orridi selvaggi e aspri, le alte montagne, i dirupi e le dense foreste dell’area più interna, ma anche perché la toponomastica cilentana abbonda di rimandi al patrimonio geostorico e culturale di una terra per molti aspetti ancora sconosciuta.
La sua enigmaticità è già nel nome stesso di “Cilento” che, secondo la spiegazione etimologica consueta deriverebbe dall’espressione latina cis-Alentum [= al di qua dell’Alento]), laddove il coronimo (di origine preromana) secondo V. Aversano richiama con molta probabilità una fortezza posta sulla vetta del Monte della Stella, oppure lo stesso rilievo nel suo complesso, o, ancora, secondo una più recente interpretazione di F. Astone, il nome di una divinità etrusca chiamata appunto “Cilens”.
Altrettanto ambigua è la demarcazione territoriale della subregione cilentana: se il territorio indicato con il nome “Cilento”, dal medioevo in poi, era compreso fra il corso del fiume Solofrone a nord (a cominciare da Agropoli) fino al bacino imbrifero del fiume Alento, in base all’attuale definizione geografica l’area comprende l’in-tera parte meridionale della provincia di Salerno, estesa sino al Golfo di Policastro, a partire dalla pianura posta a sinistra del fiume Sele, e delimitata dai Monti Marzano ed Eremita a nord-est, dal Vallo di Diano e dalla Catena della Maddalena a est.

Ricostruzione dell’antica citta’ di Elea dii Arnold Herman

cartolina Arnold Herman

L’antica città di Elea/Velia – fondata nel VI secolo a.C. dagli esuli di Focea (oggi Foça o Eskifoça nel golfo turco di Izmir) sfuggiti ai persiani – sede della celebre scuola, ne rappresenta uno degli emblemi “geofilosofici” principali. Come separare infatti la filosofia eleatica dal suo luogo d’origine, giacché proprio qui, a contatto con le tangibili contraddizioni di un territorio ricco di elementi rassicuranti e, al tempo stesso, inquietanti, il filosofo Parmenide avrebbe avvertito la necessità di individuare un principio primo universale, stabile, immutabile? E non è probabilmente un caso che nel suo celebre Poema sulla natura il “padre” della filosofia occidentale abbia scelto la sfera, figura geometrica simile al globo terrestre, quale rappresentazione simbolica dell’essere “che è e che non è possibile che non sia” (ἡ μὲν ὅπως ἔστιν τε καὶ ὡς οὐκ ἔστι μὴ εἶναι) e di cui il pensiero è parte costitutiva.
E se pensiero ed essere per Parmenide coincidono nell’ontologia, ancor più i nomi dei luoghi, manifestazioni prime (e spesso uniche) di un pensiero originario, diventano nel Cilento portatori di un “quid” geo-ontologico, o per meglio dire di un Genius Loci invisibile ma percepibile, che permane nello scorrere dei secoli. Senza volere sciogliere la disputa tra chi afferma che Nomina sunt omina [“le cose sono conseguenza dei nomi”] e chi invece, sulla scia delle Istituzioni di Giustiniano (II, 7, 3), replica all’opposto che Nomina sunt consequentia rerum [“i nomi sono conseguenza delle cose”], ci si limita a constatare che di fatto i toponimi cilentani riflettono fedelmente lo spirito materiale e immateriale del loro territorio, caratterizzato da atmosfere e paesaggi spesso fuori dal tempo. La maggior parte dei nomi si lega tuttavia a elementi molto concreti e radicati sul territorio, rivelando innanzitutto la presenza dei paesi collinari (alcuni dei quali oggi, purtroppo, abbandonati) e la profonda religiosità delle collettività cilentane, profondamente intrisa di cultura contadina e del rapporto quotidiano con una natura impervia e ostile.
Emergono in particolare i nomi dei centri o nuclei medievali (ubicati spesso ad altitudini superiori ai 600m s.l.m.), vere e proprie cittadelle (anche religiose) fortificate, spesso sorti intorno a torri e antichi castra romani. Castellabate, Castelruggero, Policastro, Rocca Cilento, Torraca ne sono un esempio e ricordano l’esigenza di protezione e stabilità offerta alla popolazione dai rilievi dopo la fine dell’impero romano, allorché a valle infuriavano le lotte tra Longobardi e Bizantini mentre le coste erano preda delle incursioni dei Saraceni.

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La salvaguardia materiale e spirituale era offerta anche dalle strutture religiose, giacché la fondazione di chiese o monasteri per opera dei monaci (basiliani e benedettini in particolare) costituiva un centro di attrazione per i fedeli e un punto di riferimento anche sociale.
Lo ricordano le denominazioni legate ai nomi dei santi – in molti casi d’origine orientale, venerati sia dalla chiesa cattolica romana che da quella greco-bizantina (tra cui Santa Marina, San Nicola), e in altri casi di tradizione prettamente occidentale (come San Mauro, San Severino) – e alcuni toponimi religiosi di carattere generico (come Laureana), che richiamano esplicitamente la presenza dei monaci greco-bizantini dal forte carisma religioso, avvezzi a vivere in grotte, laure, cenobi, nuclei originari di chiese, monasteri e conventi.

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La natura selvaggia del Cilento, d’altra parte, che ben si adattava al desiderio di meditazione e solitudine dei religiosi, emerge dai nomi legati a rilievi (tra cui Monteforte), valli, pianure, altipiani, selle e ripiani (come Vallo, Piaggine), a significati paesaggistici generici (Ascea, Campora), alla costituzione fisica del terreno, soprattutto carsico (Celle), alla posizione (come Agropoli, Serramezzana), all’esposizione (tra cui Ascea e Bellosguardo), alla struttura, alle forme e ad altri aspetti visibili o sensibili del terreno e del paesaggio geografico, dalle forme sinuose e curvilinee (come Camerota, Capaccio, Punta di Licosa, Rutino, Sacco), connesse alla presenza di insenature, incavi o rigonfiamenti di un terreno notoriamente arenaceo e argilloso, franoso e facilmente modellabile da acque dilavanti e altri agenti esogeni. Le alture cilentane, oltre a costituire luoghi privilegiati per la ricerca della perfezione spirituale, sono state poi storicamente anche preziose riserve d’acqua, come mostrano alcuni idronimi di significato generico (tra cui Paestum, Vatolla), o relativi a corsi d’acqua di ruscello, di vallone e di microaffluenti (tra cui Capaccio, Roccadaspide [già Rivo dell’Aspro], Sele), o legati alle sorgenti (Gorga) e richiamanti opere idrauliche complesse e attività piscatorie (Acquara, Pisciotta). La carenza di idronimi delle sorgenti (prevalentemente presenti in Cilento con notevole portata e regime costante solo alle alte quote, grazie alla permeabilità degli strati rocciosi di sommità) assume importanza ancora maggiore perché connessa allo sviluppo economico collinare della subregione durante il medioevo.

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Una ulteriore manifestazione dell’esistenza di queste acque d’altura è offerta dal toponimo Perdifumo (corruzione di Piedifiume) in una zona appunto favorita dalla disponibilità di cospicue sorgenti, che hanno sempre alimentato le attività agricole e l’insediamento, nonostante la non proprio dolce morfologia.
Ma la toponomastica testimonia anche l’abbondanza delle risorse boschive e della vegetazione del Cilento: ai boschi cedui, alle fustaie di castagno e alle faggete (in montagna e alta montagna), seguono la macchia mediterranea a corbezzolo, di olmi e ontani (in collina), i boschi di pini d’Aleppo (sulla costa), cui si collegano usi e costumi della civiltà contadina locale. Di qui i toponimi della vegetazione arbustiva, erbacea e legnosa non coltivata (come Felitto, Laurino, Ogliastro, Petina) o coltivata a legumi, pomacee, frutti con il guscio, castagno e altro (come Cicerale, Ceraso, Corleto, Lentiscosa, Melito, Perito) o di significato generico (Albanella).
Per l’importanza della vegetazione e delle varie colture (pur condizionate dalla struttura dei suoli, prevalentemente argilloso-calcarei e, dunque, tendenti all’aridità), i toponimi richiamano anche la proprietà agraria con persistenze derivate da antichi prediali romani (tra cui Alfano, Colliano, Frignano, Ostigliano), che documentano l’esistenza nel territorio di antichi ed estesi possedimenti fondiari, probabili prime manifestazioni di un regime agrario secolarmente fondato sul feudo, caratteristico del meridione d’Italia e particolarmente dannoso per l’economia del Cilento, come già rilevava Giuseppe Maria Galanti sul finire del XVIII secolo.
Altre interessanti denominazioni di origine greco-mitologica (come Palinuro, richiamante il nome del celebre nocchiero di Enea), romana (tra cui Ottati, Pollica, Postiglione) e normanna (come Altavilla), sono seguite da quelle con evidenti riferimenti a una provenienza etnica esterna (tra cui Castelluccio Cosentino, Rodio, San Giovanni a Piro) e da denominazioni specifiche di tipo “detrattivo” (come Matonti e Vibonati), richiamanti un deficit, materiale o immateriale, caratteristico dei luoghi denotati (o, come in questo caso, dei loro abitanti, definiti appunto “li bonati”).
Sono presenti anche dei toponimi legati ad attività economiche di tipo artigianale (Pellare), terziario (Foria), di trasformazione industriale ante litteram, per quanto riguarda la lavorazione dell’uva (Torchiara) e delle olive (Sanza), nonché ad eventi particolari, di tipo giuridico e bellico, spesso ricchi di suggestioni emotive (come mostrano nomi quali Licusati, Battaglia, Rocca Gloriosa). Il toponimo Battaglia, in particolare, sembra quasi rievocare il clima di rivolta presente tra le popolazioni del Cilento durante il vicereame spagnolo, allorché, complice l’influenza esercitata dalla rivolta di Masaniello, le popolazioni contadine rispondevano con le armi alle vessazioni baronali. Ma la fama che ebbero i cilentani di essere gente “bellicosa” si prolungò fino a tutto il XIX secolo, durante il decennio francese fino al Risorgimento, come ricorda Gabriele De Rosa, dall’epopea del brigantaggio ai cosiddetti “Moti Cilentani” del 1828, con l’insurrezione contro Francesco I di Borbone.

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Sebbene poco rispecchiato dai toponimi, l’aspetto faunistico del territorio pure si riflette in alcune denominazioni con richiami a specifici animali (Pisciotta, Tortorella, Torre Orsaia), legati a contesti economici, sociali e paesaggistici diversi nonché a situazioni prettamente naturali e ambientali, con un riferimento alle tane nascoste (Lustra) di specie selvatiche non addomesticabili.
Ma non appare meno interessante rilevare infine la scarsa presenza di denominazioni indicanti le infrastrutture per trasporti e comunicazioni (Stio, Vatolla); pur relativa ai secoli passati, infatti, anche (e soprattutto) in questo caso, la toponomastica si rivela un fedele indicatore della realtà del territorio, registrando con puntualità la stasi di una inadeguatezza strutturale particolarmente grave e tuttora persistente, sia nel Cilento che nella maggior parte dell’Italia Meridionale.

Silvia Siniscalchi ‘e docente dell’Universita’ degli Studi di Salerno

Articolo pubblicato sul n. 0 de Il Paradosso

Fotografie tratte dal volume di Diomede Ivone, Terra di Cilento. immagini di storia e di civilta’ Contadina degli anni Cinquanta, Plectica Editrice, Salerno, 2000.

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