Aree Interne Mezzogiorno/energie rinnovabili/filiere agro-alimentari identitarie/green economy/Sviluppo Locale

Energia eolica in Italia tra flussi e luoghi, di Alessandro Scassellati & GianMario Folini – ART Srl, Roma

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Dalla seconda metà degli anni ’90 alla fine del 2012, sotto la spinta delle politiche e degli obiettivi fissati dalla Commissione Europea [1], del processo di privatizzazione/liberalizzazione del mercato italiano ed europeo della produzione dell’energia elettrica avviato a partire dagli anni ’90 [2], di un sistema di generosi incentivi (nel 2012 erano pari a 528 milioni di euro [3]) in grado di fornire agli investitori finanziari concrete garanzie sui ritorni degli investimenti, e della progressiva riduzione dei costi delle turbine a fronte di un incremento della loro efficienza, nonostante notevoli carenze normative e farraginosità burocratiche [4], l’Italia ha vissuto una fase di rapida diffusione di impianti di produzione energetica da fonte eolica di grande e piccola taglia nelle aree ventose del territorio, localizzate lungo l’Appennino e il Sub-Appennino meridionale (Abruzzo, Molise, Puglia, Campania, Basilicata e Calabria), nonché in Sicilia e Sardegna, dove sono collocati il 98% della potenza installata e il 90% degli impianti.

Questa fase di rapida espansione si è chiusa alla fine del 2012 a seguito delle modifiche da parte del governo dei sistemi di sostegno che a partire dal 2013 hanno ridotto del 50% l’incentivo per l’energia elettrica prodotta da fonte eolica, determnando un crollo dei MW installati, scesi a poco meno di 450 contro i 1.272 del 2012 [5].

Oggi, comunque l’eolico copre i consumi domestici equivalenti di oltre 15 milioni di persone (dati GSE, AEEG e Terna), pari al 5% della produzione totale di energia elettrica italiana. Secondo Legambiente (Comuni rinnovabili 2013) gli 8.703 MW eolici sono installati in 571 comuni (erano solo circa 100 nel 2006), con 316 comuni (3,9% del totale dei comuni italiani) con 8.692 MW di potenza di eolico industriale (over 200 kW) installata totale (pari al 99,88% del totale della potenza eolica installata) e con 359 comuni con 28 MW di potenza minieolica installata totale. Sempre secondo Legambiente, ci sono 271 comuni che, grazie agli impianti eolici, producono più energia di quella consumata dalle famiglie residenti, altri 11 comuni ne producono tra il 99% e il 50%, mentre altri 14 tra il 49% e il 20%.

Inoltre, pur in assenza di una specifica politica industriale, la rapida diffusione degli impianti ha portato alla nascita di una filiera dell’energia eolica che è parte rilevante della più ampia green economy italiana ed è composta da una pluralità di imprese specializzate che producono gli aerogeneratori di piccola, media e grande taglia e i relativi componenti tecnologici, imprese di progettazione, di installazione, gestione e manutenzione degli impianti, operatori bancari e finanziari, imprese fornitrici di servizi tecnici ed attività accessorie e specializzate, utilities. Una filiera che dal 2013 risente fortemente del crollo dei flussi degli incentivi e degli investimenti in nuovi impianti e pertanto sta vivendo una fase di crisi, consolidamento e ricerca di sbocchi sui mercati esteri.

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La filiera dell’energia eolica in Italia

In pochi anni, la filiera dell’energia eolica in Italia è arrivata a comprendere alcune centinaia di imprese (cfr. La filiera dell’energia eolica in Italia, Rapporto di ricerca di ART per RSE SpA, Aprile 2012). Si va da imprese che si occupano di poche e specifiche attività ad imprese che coprono le intere fasi della catena del valore, sia per quanto riguarda la filiera delle macchine di taglia maggiore che per quella del mini e micro eolico. Inoltre, la crescita sostenuta nell’installazione di impianti eolici ha attratto tutti i principali players nazionali ed internazionali che operano lungo la catena del valore del settore eolico:

  • imprese produttrici di aerogeneratori: dopo la fine poco gloriosa di quelli progettati, costruiti e sperimentati tra la fine e degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, gli aerogeneratori attualmente realizzati in Italia si collocano in tutte le fasce della tecnologia. Infatti, alle macchine di piccola taglia, da centinaia di watt sino a 200 kW, prodotte da piccole società italiane, dalla metà degli anni 2000 se ne sono aggiunte altre di media e grande taglia prodotte da Vestas Italia, gruppo Leitner e Moncada Costruzioni;
  • imprese industriali della meccanica, elettromeccanica, elettronica: le attività di installazione di aerogeneratori – dalla costruzione all’avviamento, sino alla fase di esercizio – richiedono molteplici interventi da parte di una serie di imprese coinvolte nell’assemblaggio della macchina e nella fornitura dei singoli componenti (generatore, moltiplicatore di giri, riduttore, mozzo, impianti elettrici ed idraulici, la realizzazione delle torri, lavorazioni metallurgiche, forniture industriali, elettronica di potenza, sensori, etc.);
  • developers o sviluppatori, figure imprenditoriali specializzate nella fase dello sviluppo di un’iniziativa eolica (comprendente l’individuazione e qualificazione anemologica del sito, la progettazione dell’impianto, l’espletamento dell’iter autorizzativo) che seguono sia un develop-and-sell approach sia un develop-and-own approach;
  • imprese di consulenza progettuale e di ingegneria (general contractors), imprese che realizzano le opere civili (strade, piazzole e scavi, edifici, fondazioni) e le opere elettriche (posa cavi, quadri, trasformatori, sottostazioni) e imprese che si occupano della gestione e manutenzione degli impianti (O&M);
  • operatori bancari e finanziari nazionali ed internazionali che, attraverso le leve finanziarie strutturate (leasing, project financing, etc.), supportano la realizzazione degli impianti;
  • imprese fornitrici di una serie di servizi tecnici ed attività accessorie e specializzate, che vanno dal trasporto alla logistica e al noleggio di attrezzature, macchinari di sollevamento e gru, dalla certificazione alle assicurazioni, dalla valutazione delle opportunità di crescita del mercato alla produzione di informazioni e rapporti per gli investitori, dalla mediazione per acquisizioni e fusioni alle consulenze terze sulla fattibilità di nuove attività o realizzazioni, dalle agenzie editoriali a quelle fieristiche, dalle agenzie di formazione e per il lavoro che operano su specifici profili professionali alle cooperative di archeologi, agli studi di architettura, agli esperti di design del paesaggio e di ricerca sociale che sono chiamati ad intervenire sul tema dell’impatto degli impianti dal punto di vista dell’accettabilità sociale, dello sviluppo locale e della valorizzazione del patrimonio artistico e antropologico;
  • una pluralità produttori indipendenti di energia elettrica e di utilities nazionali ed internazionali integrate verticalmente che fanno sì che il mercato della produzione di elettricità da fonte eolica sia ancora frazionato (gli operatori hanno in media tra i 100 e i 600 MW di potenza installata ciascuno).

In tempi recenti e con accentuazioni in quelle Regioni o in quelle aree territoriali in cui si è sviluppato e si è concentrato il cuore dell’eolico italiano (ad esempio, il triangolo compreso tra le province di Foggia, Benevento e Avellino) sono stati avviati tentativi di dare continuità produttiva, imprenditoriale ed occupazionale al settore attraverso la promozione di Distretti Produttivi Energetici delle Energie Rinnovabili. In particolare, alcuni distretti si propongono di avviare attività per lo sviluppo e produzione turbine eoliche sia  grandi che di micro dimensioni; la produzione di semilavorati e/o di prodotti finiti per il settore eolico; la produzione di sistemi eolici offshore per fondali profondi; l’installazione e manutenzione impianti attraverso personale altamente specializzato.

Negli ultimi anni le imprese delle filiera eolica italiana hanno cominciato ad operare all’estero, a partire dai paesi balcanici e da quelli della sponda meridionale del Mediterraneo che, per la maggior parte, sono zone ad elevata potenzialità di vento.

A valle della filiera settoriale, nella prospettiva della catena del valore, si devono includere quelle aziende che utilizzano l’energia prodotta da fonti rinnovabili come un elemento distintivo di qualificazione delle produzioni di beni e servizi.


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A fronte di questi risultati, indubbiamente positivi, occorre anche prendere atto che la diffusione degli impianti di energia eolica, pur essendosi andata ad incrociare con una delle più rilevanti questioni irrisolte a livello territoriale del processo di sviluppo socio-economico in Italia – quella delle aree interne meridionali, cioè di quei territori del Sud che negli ultimi 50 anni sono rimasti ai margini dei processi di urbanizzazione ed industrializzazione -, ha rappresentato un’occasione persa di attivazione dello sviluppo socio-economico di questi luoghi, nonostante essi siano dotati di un grande potenziale di sviluppo delle filiere (non solo energetiche) della green economy.  Questo è avvenuto perché non è stata perseguita una strategia mirante ad integrare la diffusione dell’eolico (e delle altre rinnovabili) sui territori ventosi con le caratteristiche, potenzialità e dinamiche dello sviluppo locale. Le decisioni di investimento sono state governate esclusivamente dalle imprese attive nella produzione di energia. Sui territori sono arrivati investitori esterni, in molti casi multinazionali, attratti dalla possibilità di sfruttare la disponibilità di vento e di incentivi generosi, realizzando impianti eolici industriali. Pertanto nell’eolico (ma, spesso anche nelle altre rinnovabili, si pensi, ad esempio, al fotovoltaico [6] e all’idroelettrico) è stata privilegiata la dimensione del grande investimento industriale, in sostanziale continuità con il modello energetico fordista basato su un sistema centralizzato, verticale e polarizzato in pochi grandi/mega impianti.

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Le aree interne del Mezzogiorno

Le aree interne più deboli e povere del Sud sono quei territori dell’Appennino, del Sub-Appennino e delle isole che in buona parte sono rimaste fino ad oggi ai margini dello sviluppo e che nelle descrizioni di Manlio Rossi Doria degli anni ’40 e ’50 erano l’ “osso”, mentre la “polpa” erano quelle di pianura, dove era possibile ipotizzare una moderna agricoltura, insediamenti urbani e attività industriali. Si tratta di territori collinari e montani con un’economia ancora fortemente improntata alla ruralità, dove vivono oltre 7 milioni di persone e dove si trovano il 70% dei comuni del Sud, in prevalenza sotto i 5 mila abitanti. Aree interne fragili da un punto di vista ambientale perché ricche sul piano della biodiversità naturalistica e caratterizzate da una elevata instabilità idrogeologica e sismica. Povere dal punto di vista del reddito e delle iniziative imprenditoriali, spesso spopolate e in declino demografico, perché investite da un invecchiamento della popolazione, una riduzione dei nuclei familiari e del saldo naturale della popolazione, e quindi in cui l’interesse naturalistico e paesaggistico deve conciliarsi con le necessità di sviluppo socio-economico delle comunità locali. Si tratta di territori che, schiacciati dalla crisi economica generale all’interno di una prospettiva di mera sopravvivenza e di non garanzia di un adeguato livello di dotazione e accessibilità di servizi di base, avrebbero bisogno di definire un modello di sviluppo più innovativo e dinamico, fondato sia sulla valorizzazione delle risorse locali basato sul rafforzamento dei settori e delle filiere produttive territoriali ed identitarie, sia sulle nuove prospettive offerte dai paradigmi della sostenibilità, della green economy, dei “beni comuni”, della green society, anche in linea con le recenti proposte avanzate dal Dipartimento delle Politiche di Sviluppo per la programmazione 2014-2010: dall’efficienza energetica alle energie rinnovabili, dalla mobilità sostenibile alla gestione dei rifiuti secondo una strategia zero waste (rifiuti zero), dall’agricoltura qualitativa (prodotti tipici di origine biologica, biodinamica, etc.) alla gestione delle acque, dalla sicurezza e manutenzione del territorio alla valorizzazione del patrimonio storico-paesaggistico, dalla bio-edilizia a prodotti alimentari di ”filiera corta” (km 0), a reti sociali green, a stili di vita in generale più sostenibili, dal turismo outdoor alla “parchizzazione” del territorio (nelle aree interne si concentrano il 67% delle aree protette) e al neo-borghigianesimo connesso al recupero di cascinali, casali, borghi, masserie e centri storici. E’ il mix tra queste nuove e diverse funzioni territoriali, i collegamenti che si vengono (o che si potrebbero) stabilire tra energie rinnovabili, produzioni tipiche, servizi identitari, qualità del sistema territoriale e flussi della modernità, a determinare il diverso grado di distintività e maturità della green economy su ciascun territorio.


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La prevalenza delle logiche dei flussi della finanza, degli incentivi e della distribuzione di energia negli ultimi 15-20 anni, ha fatto sì che, nonostante il grande interesse sviluppatosi attorno agli investimenti negli impianti eolici, molto limitate siano state le ricadute sulle comunità locali che vivono nei territori dove si collocano gli impianti. Sentendo propria la “risorsa vento”, come un bene comune del territorio, appare più che legittima l’attesa delle popolazioni locali che queste iniziative a carattere economico in grado di modificare profondamente la percezione stessa dei luoghi, apportino vantaggi tangibili là dove la risorsa viene sfruttata. Se l’ostilità delle popolazioni locali alla localizzazione di parchi eolici nel loro territorio ha cominciato a condizionare lo sviluppo di questa energia da fonte rinnovabile, spesso questa ostilità non è motivata soltanto sulla base di percezioni e valutazioni negative in termini di un temuto impatto paesaggistico e/o ambientale, ma anche (e soprattutto) della convinzione che il valore aggiunto della produzione degli impianti realizzati con i benefici dell’incentivazione pubblica esce quasi totalmente dal circuito locale di produzione e di distribuzione della ricchezza. Assai diffusa, infatti, è la percezione che ci siano tanti interessi che passano sopra le teste degli amministratori locali e dei cittadini e che alla fine “chi fa gli affari sono solo i gestori dei parchi eolici e le banche che li finanziano”. Come ha scritto un sindaco di un piccolo comune della provincia di Benevento:

L’interrogativo vero è: per chi girano quelle pale? Perché se girano per arricchire qualcuno, chiunque esso sia, lasciando pochi spiccioli al territorio, sono decisamente brutte; se invece girano nell’interesse pubblico per permettere ai Comuni di migliorare i servizi per gli anziani, il contrasto alla povertà, i servizi per i giovani, la qualità dell’istruzione, l’aiuto ai piccoli imprenditori, allora sono terribilmente interessanti e forse anche belle (Nista, 2006:62-63).

Il settore eolico si è andato costruendo nel tempo, anche con accelerazioni e contraddizioni locali, per cui ci sono tanti impianti realizzati senza alcun confronto con il territorio e ce ne sono altri in cui invece gli investitori hanno avuto qualche attenzione, ma il tutto è avvenuto in modo assolutamente casuale, non essendoci stata mai una regola o premialità rispetto al ruolo di interlocuzione con il territorio. In Italia, infatti, non c’è uno strumento equivalente alla legge francese Barnier che stabilisce che il processo decisionale che porta alla realizzazione di progetti che hanno un impatto ambientale sul territorio deve prevedere una fase preliminare di “democrazia partecipativa”, il débat public.

Tutto è dipeso dalle capacità di interlocuzione dei territori e dalle disponibilità degli investitori di accogliere le richieste. Ci sono stati alcuni Comuni che hanno cercato di costruire dei percorsi, obbligando gli operatori dell’eolico a lasciare qualcosa nel territorio anche in termini di investimenti in rapporto alla redditività dell’impianto realizzato. Altri che invece si sono dimostrati troppo deboli, anche solo nella loro capacità di riuscire a fare cassa.

In questi anni, le principali ricadute in termini di benefici per i territori locali sono state le seguenti:

  • il ricorso, non sempre garantito, a imprese e a manodopera locale per la realizzazione delle parti più convenzionali dell’impianto (tipicamente le opere civili: movimento terra, scavi e sbancamenti, realizzazione di strade, fondazioni e piazzole, etc.), per la manutenzione ordinaria e la sorveglianza;
  • qualche realizzazione infrastrutturale, generalmente legata al miglioramento della viabilità;
  • i fitti dei terreni interessati dalle installazioni (anche se in alcuni casi il soggetto realizzatore acquista o addirittura espropria, perché altrimenti non riesce a concludere le operazioni di project leasing o di project financing);
  • sponsorizzazioni di eventi pubblici e di associazioni sportive o culturali;
  • qualche forma di partecipazione marginale da parte degli enti locali ai ricavi prodotti (con variazioni dall’1,5% al 5%). Ad esempio, nel distretto eolico del Fortore (province di Foggia, Benevento e Avellino) ci sono comuni come Roseto Valfortore (1.205 abitanti) che nel 2012 con 6 parchi eolici – 60 aerogeneratori per una capacità installata complessiva di 76,9 MW – incassava 350 mila euro di royalty, con un bilancio comunale di 1.670 mila euro; Rocchetta S. Antonio (2 mila abitanti), 4 parchi eolici (43 aerogeneratori per oltre 90 MW) e royalties di 800.000-1.000.000 euro, con un bilancio comunale di 2.100.000-2.300.000 euro; Monteverde (903 abitanti), 1 parco eolico (9 aerogeneratori, 6 MW) e una royalty di 12 mila euro, con un bilancio comunale di 450 mila euro.

Dal punto di vista dell’impatto economico, un impianto eolico è in grado di offrire alle casse dei Comuni, spesso  piccoli e con bilanci esigui, un gettito annuo di alcune centinaia di migliaia di euro (utile sulla produzione, corrispettivo di potenza, canoni di affitto terreni). Oggi, i Comuni del grande eolico in Italia sono 316 e nei casi più virtuosi questo introito viene utilizzato per interventi di manutenzione ambientale, di miglioramento della qualità dei servizi (campi sportivi, mense gratuite, scuolabus, borse di studio per ragazzi meritevoli, etc.), per realizzare infrastrutture: in questo modo diventa evidente ai cittadini come l’opzione eolica possa essere una scelta non solo responsabile per la salvaguardia del pianeta, ma anche per lo sviluppo locale. Tra le buone pratiche che si realizzano nei territori ventosi ci sono dei programmi didattici e delle giornate di sensibilizzazione e informazione organizzati da enti locali, associazioni ambientaliste, scuole del territorio e operatori eolici, in cui le centrali eoliche sono visitabili. In questo modo, si vuole far conoscere la tecnologia e far vedere cosa si sta facendo, soprattutto coinvolgendo le scuole, gli insegnanti, gli alunni e le loro famiglie.

Purtroppo, in molti altri casi gli enti locali, sopraffatti da tagli e da vincoli burocratici, hanno utilizzato l’eolico e le altre fonti rinnovabili solo per “fare cassa”, per cui royalties e ristori una tantum sono andati a pagare le spese correnti, con poca attenzione al risparmio energetico in termini di consumo proprio e della collettività, finendo spesso in balia di soggetti non qualificati e correndo il rischio di “svendere il territorio”. Stretti tra svuotamento delle casse comunali e mancanza di personale in grado di analizzare con la dovuta competenza le proposte, troppo spesso i sindaci, inseguendo il bisogno di nuovi introiti, non si sono trovati nelle condizioni e con i giusti rapporti di forza per governare il fenomeno e chiedere sostanziali modifiche progettuali e diversificazioni di investimento [7].

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Alla luce dei limiti e delle criticità che hanno caratterizzato l’esperienza eolica italiana negli ultimi due decenni, nonché della crisi del modello di sviluppo del settore basato sui flussi della finanza, degli incentivi e della distribuzione di energia elettrica, appare necessario interrogarsi sulle modalità attraverso le quali sia possibile aprire una nuova fase dello sviluppo dell’eolico (il cui potenziale complessivo è stimato intorno ai 16 mila MW) che sia più in linea con il modello della generazione distribuita e, quindi, più legata anche ad una diffusione di micro e mini impianti, e che soprattutto consenta di collegare in modo veramente sinergico lo sviluppo di queste tecnologie con le dinamiche di sviluppo locale dei territori ventosi, nella convinzione che l’accettabilità sociale dipenda dalla capacità che le energie rinnovabili hanno di integrarsi con le specificità, le vocazioni e i settori produttivi territoriali.

A questo proposito, si ritiene che occorra ragionare su tre questioni fondamentali:

  1. la necessità di un rafforzamento della governance istituzionale territoriale in modo che l’interesse pubblico possa avere un valore effettivo nella regolazione del mercato;
  2. la necessità di stabilire una stretta relazione tra sviluppo locale, green economy e green society nei territori ventosi;
  3. la necessità di mettere in campo forme adeguate di accompagnamento dei territori ventosi da parte delle istituzioni e delle agenzie centrali.

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1. E’ necessario un rafforzamento della governance istituzionale territoriale in modo che l’interesse pubblico possa tornare ad avere un valore effettivo nella regolazione del mercato. In questi ultimi 15-20 anni, lo sviluppo delle rinnovabili sui territori è stato guidato dal mercato, cioè da investitori e gruppi imprenditoriali privati che liberamente hanno scelto siti, potenze, modalità realizzative, senza che ci sia stata una vera politica di indirizzo e di pianificazione territoriale da parte degli enti locali (Regioni, Province, Comunità Montane, Unioni dei Comuni e Comuni), con l’individuazione delle aree-bacino ottimali, delle compatibilità ambientali o delle tipologie costruttive degli impianti. Per aprire una nuova fase dello sviluppo eolico occorre che le istituzioni svolgano con efficacia, efficienza e responsabilità alcuni compiti essenziali di governance e pianificazione territoriale:

  • le Regioni devono essere in condizione di dotarsi di veri strumenti di programmazione che dimensionino la quantità di sviluppo di eolico verso cui si vuole tendere, fissare con chiarezza i criteri dal punto di vista territoriale, e acquisire competenze tecniche adeguate per la valutazione dei progetti nei tempi previsti dalla legge;
  • deve essere rafforzato il raccordo tra le Regioni e i livelli amministrativi sottostanti. La condivisone con gli enti locali è fondamentale e condizionante il processo di attuazione, specie per quanto riguarda azioni che intercettano le competenze dei Comuni e la loro potestà di governo del territorio, anche in virtù dell’adeguamento e dell’adozione di norme e strumenti innovativi, come nel rispetto degli impegni presi aderendo al Patto dei Sindaci (programmazione territoriale e regolamentazione locale edilizia, pianificazione urbanistica integrata con le reti energetiche – teleriscaldamento, mobilità, etc.).

Per aprire una nuova fase dello sviluppo eolico in Italia occorre che finalmente vi siano regole chiare e procedure trasparenti per la valutazione ed approvazione dei progetti, per poter interloquire in modo attivo con le imprese e valutare nel tempo la diffusione dell’eolico e delle altre fonti rinnovabili, con una programmazione che consenta alle amministrazioni di valutare la compatibilità dell’insieme dei progetti rispetto ai territori.

Le Regioni, che hanno la responsabilità di valutare ed approvare i progetti, devono calare nella propria realtà le indicazioni di tutela (ossia dove i grandi impianti eolici non devono essere realizzati perché in presenza di aree di pregio naturalistico come SIC e ZPS, rotte di migrazione di avifauna e fauna, paesaggi unitari e riconosciuti) e indicare dove e con quali attenzioni, studi, valutazioni degli impatti invece realizzarli in modo migliore e in tempi certi in tutte la altre aree.

Ai Comuni deve spettare, invece, il compito di verificare le condizioni locali di realizzazione, le opportunità di valorizzazione del territorio locale, l’informazione dei cittadini. La trasparenza  delle procedure e la partecipazione dei cittadini alla costruzione delle decisioni risulta decisiva proprio per anticipare e comprendere i motivi di timore, valorizzare nei progetti le potenzialità dei luoghi.

Inoltre, La realizzazione di impianti di produzione di energia da fonte eolica deve poter interessare e coinvolgere attivamente anche le amministrazioni locali. Lungi dal viziare la concorrenza nel settore energetico, gli enti locali possono assumere un ruolo fondamentale di regolamentazione, di funzione esemplare verso la cittadinanza e gli attori che insistono sul territorio, di guida e stimolo allo sviluppo della filiera locale delle rinnovabili. Le entrate da investimenti diretti nella produzione energetica rinnovabile possono avere un impatto positivo importante a livello economico per l’ente locale comunale, insieme ad una molteplicità di fattori come il risparmio e l’efficientamento energetico e la riduzione dei costi sociali e ambientali.

Ogni comune dovrebbe innanzitutto conoscere le potenzialità e le opportunità energetiche del proprio territorio, utilizzare tutte le leve tutelandolo, migliorando la qualità dei servizi e della vita dei propri cittadini. Soprattutto, dovrebbe attivare la pratica virtuosa nel considerare in modo integrato la comunità e il territorio, con le sue potenzialità e consumi complessivi in termini energetici, focalizzando sulla concomitanza di produzione ed incremento dell’efficienza energetica, stressando la componente di risparmio, e valorizzando al massimo la distribuzione e l’autonomia energetica, a partire dal patrimonio immobiliare pubblico.

Molto potrebbe essere fatto in questo senso da parte degli enti locali nel prossimo futuro se il Governo introducesse tra le deroghe già previste all’applicazione di sanzioni in caso di mancato rispetto del Patto di Stabilità anche quella inerente i diversi proventi e incentivi percepibili dagli enti locali tramite l’utilizzo di fonti rinnovabili ed efficientamento energetico e se, più in generale, consentisse di operare una distinzione tra spese correnti e investimenti sostenuti dai Comuni: ai fini del patto di stabilità valgono allo stesso modo. Così, si penalizzano i Comuni virtuosi che investono, anche nelle energie rinnovabili e nell’efficientamento energetico, soffocandone le potenzialità e le capacità.

Allo stesso tempo, però, l’esperienza di questi decenni evidenzia che nel caso dell’eolico industriale è necessario ragionare su una scala territoriale più ampia rispetto a quella comunale.C’è bisogno di arrivare ad una regia territoriale, ad un coordinamento tra gli enti locali, anche attraverso la gestione associata o l’obbligo di formare dei consorzi tra comuni limitrofi [8]. In questo modo sarebbe possibile effettuare una valutazione dei progetti considerando un ambito sovra comunale per capire dove gli aerogeneratori si vanno a collocare e verificare come si relazionano rispetto a progetti già realizzati o in corso di approvazione o realizzazione, e così poter introdurre correttivi e adattamenti. In questa direzione, le Regioni dovrebbero spingere progetti che coinvolgano, anche nelle procedure di approvazione, un bacino più ampio di Comuni, in modo da evitare speculazioni e permettere una valutazione che aiuti l’integrazione nel paesaggio e nel contesto socio-economico locale. La direzione dovrebbe essere quella di spingere progetti integrati in contesti territoriali e visivi che vanno oltre i confini comunali e per questo la soluzione più efficace appare quella di prevedere il coinvolgimento di più Comuni (anche nei vantaggi economici) in tutti i casi in cui gli impianti sono posti entro una distanza stabilita dai confini oppure sono visibili le torri, ad esempio, da centri abitati nei Comuni confinanti.

Se si riuscisse ad arrivare ad un’analisi integrata del potenziale energetico territoriale le  amministrazioni regionali e locali sarebbero in grado di dare una risposta alla diffusione delle rinnovabili non più solo difensiva e vincolistica – tutta giocata sull’introduzione di sempre maggiori vincoli all’interno di linee guida che identificano le aree non idonee, in modo da cercare di limitare la libertà di fare impianti ovunque e di qualsiasi dimensione -, ma anche verso una visione progettuale basata su una valutazione delle potenzialità di un mix energetico per sistemi territoriali, ognuno dei quali è diverso dal punto di vista delle potenzialità energetiche e soprattutto di come trattare il mix. Una visione che deve essere condivisa dalla platea dei portatori di interessi territoriali (autonomie locali e funzionali, rappresentanze degli interessi, associazioni, imprese, istituzioni finanziarie, saperi e cittadini), mentre il vincolo lo fissa la Sopraintendenza. Mix vuol dire creare dei circuiti di produzione e consumo che sono adatti al territorio, quindi più aderenti, sia come capacità produttiva che come consumo, alle peculiarità di ogni sistema territoriale. E’ chiaro che costruire un sistema di produzione e consumo nel Tavoliere Pugliese è diverso che sull’Appennino Dauno o sulla piana di Bari. Questo è ovvio per tutti, però attualmente non si ragiona così. Il non affrontare il problema in questo modo, rende impotenti tutti gli enti pubblici che hanno interesse a qualche forma di sviluppo locale. In questi due decenni, infatti, non essendo mai state individuate, area per area, quali fossero le ottimizzazioni possibili del mix, sono arrivati da fuori i grandi investitori che hanno “comperato” i Comuni spesso in difficoltà a pagare le spese correnti e, quindi, tutto è avvenuto in forme “pre-pianificatorie”.

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Enti locali e visione progettuale dello sviluppo delle rinnovabili in rapporto allo sviluppo locale

I territorio ventosi – e le loro filiere istituzionali fatte di Comuni, Comunità Montane e Province – possono cercare di “governare” il processo (attualmente consegnato al mercato privato) solo se riescono a riportare la produzione di energia all’interno di un progetto di sviluppo locale. Un approccio progettuale da parte dei territori ventosi può essere la chiave per un “risveglio dell’economia margine che scopre la sua modernità” (Rullani, 2009). Grazie a questa forza, e non solo alle opportunità (contingenti) del mercato, si può avviare un processo di innovazione diffusa in territori marginali, che in precedenza potevano essere al massimo considerati aree deboli, l’”osso”, appunto: da sostenere in base a criteri perequativi assistenziali, rispetto alle aree “centrali” più produttive (la “polpa”), ma non da valorizzare come luoghi che si pongono – nel campo prescelto – all’avanguardia nell’esplorazione del nuovo.

Per un Comune o un gruppo di Comuni, muoversi all’interno di una visione progettuale dello sviluppo delle rinnovabili in rapporto allo sviluppo locale, significa dovere e sapere svolgere un ruolo molteplice:

  • svolgere servizi animazione socio-culturale e di supporto informativo, diffondendo le informazioni sulle evoluzioni tecnologiche e sugli indirizzi politici e normativi in vigore riguardanti lo svolgimento di attività economiche (dirette e indirette) per la produzione di energia da fonti rinnovabili, le modalità autorizzative e di accesso alle agevolazioni, la struttura produttiva del territorio locale [9];
  • essere un canale per veicolare e garantire risorse finanziarie altrimenti non mobilitabili;
  • svolgere un ruolo di garante della trasparenza dell’iter riferito a ciascuna domanda di autorizzazione di nuovi insediamenti produttivi;
  • essere un volano per promuovere nuove iniziative imprenditoriali attraverso la trasformazione del proprio modo di operare e di gestire il proprio patrimonio;
  • essere fonte di legittimazione di nuove pratiche agli occhi della cittadinanza;
  • essere nodo del coordinamento e della diffusione di pratiche replicabili, ancorché nate in contesti locali e specifici, nei confronti degli altri territori o all’interno del territorio stesso;
  • affiancare alle funzioni tradizionali della pubblica amministrazione quelle relative alle politiche di sviluppo locale, promuovendo la partecipazione integrata di tutti gli attori del territorio (autonomie locali e funzionali, rappresentanze degli interessi, istituzioni finanziarie, associazioni, imprese, saperi e cittadini);
  • realizzare dei progetti di impianti rinnovabili a capitale misto pubblico-privato e/o con forme di azionariato diffuso tra i cittadini. Un forte radicamento pubblico-privato della proprietà degli impianti può consentire di sviluppare politiche di sviluppo delle rinnovabili molto attente alle potenzialità e ai bisogni del territorio. Per operare ci vogliono imprese, vecchie o nuove, pubbliche o private, o miste, o cooperative, o sociali. In questa dimensione, il carattere locale dell’impresa – o un suo radicamento a livello locale, ancorché nel quadro di una rete a filiera lunga – è molto più importante delle dimensioni e per questo può ritrovarsi in vantaggio.

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In questo contesto, andrebbe rilanciato il tema e il ruolo delle utilities pubbliche locali perché, con pochissime eccezioni, le amministrazioni locali, sia il personale politico sia quello tecnico inquadrato nelle strutture, non hanno la cultura, la sensibilità, le conoscenze e gli strumenti operativi per avviare, o anche solo aggregarsi, a processi di sviluppo integrato delle fonti rinnovabili. Occorre, invece, che nei territori di loro competenza agli enti locali venga restituita la possibilità, nella massima trasparenza di fronte ai propri amministrati, di fare impresa, di promuovere accordi che garantiscono mercato a chi si impegna in produzioni che corrispondono ad un disegno condiviso, di sostenere lo sviluppo locale delle energie rinnovabili.

All’inizio del Novecento, per fornire alla parte meno privilegiata dei propri amministrati elettricità, acqua, gas, fognature, trasporto, e poi anche gestione dei rifiuti, sanità, assistenza, cultura, le amministrazioni a guida socialista o democratica del nostro Paese avevano fondato le imprese “municipalizzate” che esse potevano controllare direttamente grazie alla copertura di una legge nazionale voluta da Giolitti. Quel sistema di imprese pubbliche – molto presente al Centro-Nord e assai meno nel Mezzogiorno –, che ora leggi recenti imporrebbero di smantellare, è stato fatto in gran parte degenerare dal clientelismo. Nei casi in cui queste imprese pubbliche sono già state privatizzate, il cambiamento di proprietà non sembra aver apportato alcun miglioramento agli utenti, mentre ha contribuito comunque non poco ad alimentare una nuova ondata di “finanziarizzazione” dell’economia e l’”esternalizzazione” dei servizi, affidati a subappalti fondati sullo sfruttamento intensivo del lavoro.

Le forme dell’intervento dei municipi nell’economia devono sicuramente cambiare. La trasparenza di tutte le operazioni effettuate, il coinvolgimento della cittadinanza attiva nella gestione ne devono diventare vincoli ineludibili, perché sono l’unico presidio nei confronti delle degenerazioni clientelari, che aprono poi le porte anche alle infiltrazioni e al controllo della malavita organizzata. Ma, non ci potrà essere uno sviluppo delle energie rinnovabili all’interno di processi di sviluppo locale senza un recupero radicale, da parte delle amministrazioni locali, del potere di intervenire nella gestione dei processi di produzione e consumo energetici che interessano il loro territorio.

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2. Nei territori ventosi, sarà possibile riaprire una nuova fase dello sviluppo eolico se questo sarà una leva per costruire un’integrazione tra le dinamiche dello sviluppo locale e quelle delle nascenti green economies e green societies locali. Questo vuol dire che per le aree interne ventose lo sviluppo dell’eolico e delle altre energie rinnovabili deve poter essere un “mezzo per” e non solo un “fine”: un “mezzo”, uno dei driver, per qualificare il sistema agricolo e della piccola impresa manifatturiera, il sistema energetico territoriale e le produzioni tipiche, per diffondere una cultura del “green” centrata sui temi dei beni pubblici, dei beni collettivi, della partecipazione, del protagonismo sociale. Ragionare in modo integrato può consentire di andare nella direzione dello sviluppo locale, ovvero di considerare il territorio come un patrimonio energetico di aria, acqua, suolo, culture produttive, agricolture, cioè di tutti gli aspetti che connotano un modello integrato di sviluppo locale, inserendo all’interno un driver energetico.

Si tratta di considerare che nel processo di riconversione da un’economia dipendente dalle risorse energetiche fossili ad un sistema maggiormente sostenibile, fondato sull’utilizzo crescente delle risorse rinnovabili locali, una delle maggiori riserve energetiche a disposizione di una comunità è costituita anche dall’efficienza energetica degli impianti e degli edifici pubblici e privati (elementi strutturali edilizi, sistemi di riscaldamento e raffrescamento, lampade, elettrodomestici, etc.), ovvero dall’uso razionale dell’energia determinato sulla base di audit energetici e certificazioni. In questo senso è fondamentale legare l’integrazione della produzione di energia da fonti rinnovabili anche con la “chiusura” dei cicli locali, incrementando così il livello di sostenibilità dello stile di vita complessivo e, quindi, allargando lo sguardo a temi come la dematerializzazione dei consumi, l’agricoltura biologica, la mobilità flessibile, la cultura della manutenzione, la strategia rifiuti zero.

Lo sviluppo locale, per essere sostenibile, duraturo ed effettivo deve nascere dal pensiero, dalla scelta partecipe e dal coinvolgimento attivo delle popolazioni e comunità locali, che si prendono nelle loro mani – attraverso la scelta consapevole di gestire le proprie risorse – il proprio futuro. In questo senso, un progetto di sviluppo locale deve saper cucire con il filo della specificità territoriale materie diverse fra loro come l’agricoltura e il turismo, l’industria e i cambiamenti climatici, le energie rinnovabili e la biodiversità, l’accessibilità locale e i servizi di interesse generale, l’interconnessione con le reti e l’innovazione, la formazione e la ricerca, la diversità culturale e la capacità di connettersi con il mondo globale.

Questo approccio implica il coinvolgimento diretto dell’intera comunità nelle iniziative da intraprendere, mobilitando la “cittadinanza attiva” anche attraverso le sue espressioni organizzate (sindacati, associazioni professionali, cooperazione, scuole, parrocchie, associazionismo, volontariato, comitati civici, etc.). E’ a questo livello che risiedono e si possono attivare quei saperi diffusi di cui la popolazione è depositaria e sempre più, anche, fonte di elaborazione [10]. Occorre cercare di esplorare strade nuove e avanzate, promuovendo la crescita di un desiderio di auto-organizzazione delle istituzioni e popolazioni locali, destinato ad alimentare una sempre più forte e impegnativa forma di “imprenditorialità collettiva”.

Lo sviluppo della green economy – da una riattivazione aggiornata dei settori tradizionali dell’agricoltura, dell’agro-alimentare, del turismo, alla gestione delle acque e delle foreste, alla creazione di sistemi energetici locali, alla rigenerazione dei borghi – appare la prospettiva più convincente per rafforzare il presidio delle aree più interne, rendendole al contempo più attrattive per le giovani generazioni [11].

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 3. E’ necessario un accompagnamento istituzionale e tecnico dei territori ventosi da parte delle grandi agenzie centrali (RSE, ENEA, CNR, etc.), delle Università e degli altri principali centri di ricerca e competenza. I territori non vanno lasciati soli nello studio degli interventi in campo energetico, anche perché possono essere preda di attori “egoisti” che possono non avere alcun interesse all’esito collettivo di questi interventi, ma fini solo speculativi.

Pertanto, anche considerata la grande distanza che c’è tra la realtà attuale e la possibilità di fare un ragionamento sullo sviluppo delle rinnovabili in relazione allo sviluppo locale, sarebbe importante realizzare un’azione di sistema per provare ad accompagnare con un approccio sperimentale qualche ambito territoriale che manifesta una buona predisposizione fare governance nell’affrontare il tema delle risorse energetiche rinnovabili in modo integrato attraverso una valutazione dei mix energetici (energy modeling o diagnosi energetica), arrivando a definire dei piani energetici locali con un obiettivo di autosufficienza energetica che siano improntati sui modelli organizzativi postfordisti del decentramento produttivo, in modo da poter progettare e realizzare nuovi impianti di potenze e dimensioni ridotte (sotto 1 MW di potenza che richiedono investimenti contenuti), a basso impatto paesaggistico (facilmente integrabili nell’ambiente), diffusi e distribuiti laddove sono disponibili le risorse energetiche, evitando così anche la perdita di energia nella sua distribuzione.

Un percorso che può consentire un’evoluzione verso un modello di generazione distribuita dell’energia elettrica in grado di soddisfare il fabbisogno della domanda di ciascun territorio. In questo modo si potrebbero sviluppare dei modelli energetici territoriali innovativi, che in parte utilizzano/consumano direttamente sul posto l’energia prodotta e in parte la interscambiano in rete, riducendo la necessità di grandi reti di distribuzione elettrica e accelerando invece la creazione di vere e proprie smart grids, reti/apparati intelligenti, cioè sistemi elettrici più affidabili, flessibili, sicuri ed efficienti.

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NOTE

[1] Si pensi, ad esempio, alle direttive comunitarie recepite dall’Italia negli ultimi 15-20 anni tese a liberalizzare il mercato elettrico o alla direttiva n. 28 sulla promozione dell’uso dell’energia da fonti rinnovabili che ha indicato ai Paesi membri un obiettivo al 2020 per la quota di energia da fonti rinnovabili sul consumo energetico.

[2] In Italia, la privatizzazione/liberalizzazione del mercato elettrico e la fine del monopolio dell’ENEL sono coincise proprio con l’avvio del mercato della produzione di elettricità con le energie rinnovabili e, in particolare, con l’energia eolica. E’ importante evidenziare che la liberalizzazione ha significato l’abbandono di qualsiasi programmazione pubblica nazionale e locale in campo energetico con il risultato che, anche a seguito del crollo della domanda elettrica dovuto alla recessione economica iniziata nel 2008, l’Italia si trova oggi in una situazione di enorme sovracapacità produttiva: ci sono 100 mila MW convenzionali su una richiesta di picco si circa 56 mila, più o meno il doppio di quanto sarebbe consigliabile tenere come “capacità” di riserva per evitare al Paese eventuali black-out. Progettati per funzionare 5-6 mila ore l’anno, gli impianti a gas ora lavorano solo 2.500 ore. In alcune zone del Sud, dove maggiore è la presenza dei grandi impianti eolici e fotovoltaici, lavorano solo tra le 1.500-2.000. La crescita dell’eolico e delle altre rinnovabili elettriche – che ormai a fine 2013 hanno raggiunto il 33% del consumo interno lordo nazionale di elettricità – ha l’effetto di togliere dal mercato quote sempre maggiori di energia elettrica, visto che l’elettricità da fonte rinnovabile gode di priorità di vendita. Se poi si aggiungeranno dei sistemi di accumulo (batterie a sali di sodio fusi e pompaggi), vento, sole e idro diventerebbero ancora più “ingombranti”. Eppure, l’energia elettrica in Italia resta più cara della media europea tranne che per le famiglie a bassi consumi e le imprese energivore, cui vanno 1,3 miliardi di sussidi pagati dagli altri consumatori. Per le altre famiglie la bolletta è più alta del 12% al lordo delle imposte, per le imprese del 26%.

[3] Per il 2012 il GSE ha calcolato complessivamente in 9 miliardi il costo degli incentivi in A3, dei quali 6,46 miliardi di euro per il fotovoltaico, 1,37 miliardi di euro per le biomasse, 567 milioni di euro per l’idroelettrico, 528 milioni di euro per l’eolico e 73 milioni di euro per il geotermico.

[4] Per quanto riguarda l’eolico e, più in generale, le fonti da energie rinnovabili è successo quello che in Italia spesso succede rispetto alle grandi innovazioni tecnologiche e produttive: il mercato, l’economia reale, si è mosso più velocemente rispetto alla capacità dei poteri pubblici di fornire un quadro di regole omogeneo, sensato, coerente e trasparente. Questo è avvenuto nonostante che in Italia uno sviluppo consistente dei diversi settori delle energie da fonti rinnovabili si sia verificato in ritardo rispetto ad altri paesi europei, come la Germania, la Spagna e la Danimarca. L’Italia non è stata certo tra i primi paesi a muoversi nel campo delle energie alternative. La differenza è che altrove in Europa la dinamica di sviluppo delle rinnovabili è partita insieme allo sforzo da parte dello Stato di accompagnarlo sia in termini legislativi sia in termini amministrativi. Questo in Italia non è successo o è successo solo parzialmente e, quindi, la crescita delle energie a fonte rinnovabile ha camminato a lungo, e in parte sta camminando ancora, su una base di un quadro di regole inadeguato, incerto, spesso contraddittorio e in alcuni casi perfino paradossale. Per quanto riguarda l’eolico, ma non solo, le procedure autorizzative fino adesso sono state assolutamente variabili da Regione e Regione. Spesso addirittura all’interno di una stessa Regione non c’è stata certezza sugli standard delle procedure di autorizzazione. L’incapacità da parte della pubblica amministrazione – centrale e locale – di accompagnare adeguatamente il processo rappresenta il maggiore ostacolo ad uno sviluppo equilibrato e dinamico delle energie rinnovabili. Naturalmente, quando l’economia si muove in assenza di regole certe, trasparenti ed omogenee, la possibilità che anche i fenomeni più virtuosi diventino occasione per comportamenti e vicende invece poco trasparenti è reale. Questo sicuramente in qualche caso è avvenuto e sta avvenendo, e purtroppo poi questo getta una luce molto sfavorevole, almeno dal punto di vista di alcuni media, su tutto il fenomeno.

[5] La riduzione degli incentivi ha riguardato l’energia elettrica prodotta da tutte le energie rinnovabili, a cominciare dal fotovoltaico determinando, secondo Bloomberg New Energy Finance, un crollo degli investimenti, passati da 15,2 a 4,3 miliardi di dollari nel 2013.

[6] In Italia gli incentivi del conto energia sono stati distribuiti quasi per il 90% a grandi impianti fotovoltaici a terra di potenza superiore ai 20 kWp, quindi esclusi dallo scambio sul posto, che molto spesso hanno devastato il paesaggio o addirittura provocato l’espianto di vigneti e oliveti.

[7] Il discorso relativo alla pianificazione/programmazione pubblica è reso difficile dal fatto che siamo in un mercato elettrico liberalizzato e in un sistema burocratico che impiega 5-6 anni per autorizzare un progetto. I piani energetici quando sono stati fatti sono rimasti nei cassetti. In materia energetica il soggetto privato, l’imprenditore, ha spesso una capacità di azione che sovrasta le possibilità di governo del processo da parte dell’ente locale. Le amministrazioni locali non hanno validi strumenti programmatori perchè la disciplina statale delle rinnovabili (D.lgs. 387/2003) dà a queste ultime una priorità assoluta su tutto, in quanto sono considerate di pubblica utilità, e come tali “indifferibili ed urgenti”, per cui non ci si può appellare con motivazioni ambientali se non in sede di valutazione di impatto ambientale e non ci si può appellare a motivazioni di tipo urbanistico a meno di non fare delle forzature, ad esempio, rendendo tutte le aree edificabili e vincolandole a parco naturale, e quindi, rendendole non idonee per l’insediamento di parchi eolici. Comunque, anche i vincoli alla destinazione d’uso non sono efficaci perché la legge dice che un parco eolico si può fare in qualunque tipo di terreno e non cambia la destinazione d’uso dell’area. In sostanza, è il privato che liberamente sceglie sito, potenza, modalità realizzative, senza che ci sia una vera politica di indirizzo dei governi regionali, con individuazione delle aree disponibili, delle compatibilità ambientali e delle tipologie costruttive. Il punto di caduta di tutta questa situazione, è che l’ente locale – se anche si svincola da situazioni poco lineari e assume su di sé il giusto ruolo di programmazione e controllo del territorio, ma anche di utilizzo delle opportunità che il territorio ha, magari dimensionandolo con altre amministrazioni locali limitrofe e/o sovraordinate – oggi si trova nelle condizioni di non conoscere quali sono le progettualità che insistono sul proprio territorio o cosa la Regione decide o cosa decide e presenta il privato, e molto spesso si scopre privo, oltre che di competenze tecniche, anche di reali poteri decisionali in materia di programmazione territoriale. In questa situazione, la capacità negoziale dei territori locali sta solo nella loro capacità di fare interdizione, producendo lungaggini, carte che si perdono, autorizzazioni che non vengono mai concesse, campagne di stampa, sit-in e proteste da parte della cittadinanza, etc.

[8] Per sostenere un processo di regolazione dello sviluppo delle energie rinnovabili un buon punto di partenza potrebbe essere il modello della legge 959/53 dei Consorzi dei Bacini Imbriferi Montani che impone alle imprese idroelettriche un sovracanone in favore dei comuni montani. Riconoscendo che la dimensione municipale è troppo esigua e limitata per un ritorno fiscale efficace, lo Stato promuove la costituzione di un “ambito ottimale” che si trasforma in “consorzio di bacino imbrifero montano” in maniera obbligatoria qualora i tre quinti dei Comuni compresi in ciascun bacino lo richiedano. Nelle intenzioni della legge, il sovracanone è da destinare ad opere di sistemazione montana e di valorizzazione del territorio a compensazione dei disagi causati alle popolazioni locali dalla presenza di opere di captazione. Si potrebbero così costituire dei fondi di investimento in grado di consentire alle autonomie locali di essere protagoniste nello sviluppo delle energie rinnovabili nei loro territori.

[9] Concretamente, i comuni possono organizzare attività e iniziative finalizzate a coinvolgere la popolazione nelle operazioni di trasformazione del territorio: convegni, escursioni nelle aree di trasformazione, stabilire punti di ascolto e di informazione sui progetti in atto e sulle energie rinnovabili e sullo scenario energetico generale, mostrare possibili simulazioni di come può apparire il progetto della centrale una volta realizzato.

[10] Il modello oggi più diffuso di questo “trasferimento di poteri”, ancorché di dimensioni minime e di valore quasi esclusivamente esemplare, è forse rappresentato dai GAS: Gruppi di acquisto solidale. Sono associazioni volontarie di cittadini attivi che si organizzano per saltare l’intermediazione commerciale – e i suoi costi – e per accedere in modo diretto ad acquisti di qualità controllata: prevalentemente, ma non solo, in campo alimentare (prodotti dell’agricoltura biologica o di lavorazioni tradizionali). Nel promuovere la loro pratica mettono al lavoro e sviluppano nuovi saperi: quelli che permettono loro di esercitare un controllo sulla qualità di ciò che comprano. Ma, al tempo stesso, stimolano un numero crescente in imprese agricole e di trasformazione ad adeguarsi agli standard richiesti e, quindi, ad imboccare la strada di una riconversione ambientale. In questo processo lo stimolo è reciproco: il produttore che apre la sua azienda alla verifica del consumatore, gli trasmette – trasmette ad alcuni, i più disponibili a farsene coinvolgere – i suoi saperi e ne riceve a sua volta nuovi stimoli. Manca ancora, in questo intreccio, il terzo attore: l’amministrazione locale. In alcuni, rari, casi comincia a fare la sua comparsa. Per esempio con i farmers market e con la diffusione degli orti urbani. Ma se la promozione dei GAS, da iniziativa spontanea di gruppi ristretti di cittadini attivi, venisse adottata da un’amministrazione locale, garantendo il coinvolgimento organizzato degli utenti, potrebbe gradualmente coinvolgere un numero crescente di cittadini, favorire una vera riconversione del territorio agricolo circostante, investire progressivamente altre produzioni: non solo, necessariamente, locali ma sempre caratterizzate da un rapporto diretto con interlocutori che esprimono le esigenze di una comunità.

[11] All’interno di una prospettiva di sviluppo locale, una diffusione sul territorio dei mini impianti eolici, fotovoltaici, idroelettrici e a biomasse (che utilizzano gli scarti delle produzioni agricole e forestali locali) può collegarsi strettamente (anche per la forza comunicazionale che oggi ha la leva ambientale) con lo sviluppo del sistema agro-alimentare, del sistema delle piccole e medie imprese artigianali ed industriali, col turismo, con la produzione artistica e culturale, e con la creazione di nuove opportunità di lavoro e d’impresa. In particolare, l’interesse del settore agricolo allo sviluppo della produzione di energia da fonti rinnovabili si evince, ad esempio, dal sostegno dato dalle organizzazioni di rappresentanza all’adozione dell’articolo 1, comma 423 della legge n. 266/05 (Legge Finanziaria 2006), mediante il quale, è stata riconosciuta la qualifica di attività connessa alla produzione ed alla cessione di energia elettrica e calore da fonti agroforestali e fotovoltaiche. Da qui, il diffondersi del modello dell’azienda agri-energetica, cioè di un’azienda agricola che può ricoprire un ruolo molto importante: nel mercato locale delle piccole applicazioni per la produzione di energia da fonti rinnovabili, nella produzione, soprattutto, di reddito incrementale per le aziende stesse e il sistema agricolo nel suo complesso. Non a caso in questi ultimi anni è cresciuto rapidamente in Italia il numero delle imprese agricole che hanno visto la realizzazione di impianti (propri o di terzi) di produzione da energia rinnovabile sui propri terreni ed edifici aziendali. In questo modo, il reddito prodotto da queste installazioni va ad integrare quello delle attività agricole primarie e collegate, sostenendole, sia dal punto di vista finanziario sia dell’immagine. La diffusione di mini impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili potrebbe contribuire a dare impulso ad un territorio a tradizionale vocazione rurale non solo attraverso le sue produzioni agricole tipiche, ma anche attraverso la scoperta delle sue potenzialità energetiche, che sfruttano elementi altamente caratterizzanti di questi luoghi: il vento, il sole, l’acqua, il suolo e le biomasse. È un filo conduttore poetico e potente, che può articolarsi secondo diversi punti di vista. Primo tra tutti la conoscenza del tipo di produzione, che può concretizzarsi in questo caso con la visita agli impianti, con lo scopo della divulgazione della tematica dell’utilizzazione delle fonti di energia rinnovabile, anche per sgombrare il campo da tanti equivoci ambientalisti che rendono alcuni tendenzialmente diffidenti dal ricorso a fonti energetiche rinnovabili. Le piccole aziende agricole potrebbero essere visitate con occhio diverso, come strutture autosufficienti dal punto di vista energetico, luoghi idonei allo sviluppo di progetti-pilota per l’impianto di centrali per la produzione energetica di piccola taglia. La sensibilità al mondo del biologico nella sua accezione più ampia, che negli ultimi due decenni organizzazioni come Slow Food, il Touring Club, il Movimento del Turismo del Vino o l’Associazione Città dell’Olio o del Pane hanno contribuito a radicare e anche a trasformare in nuove forme di turismo rurale enogastronomico, favorisce senz’altro un approccio interessato a tali argomenti. All’aspetto “didattico” si può affiancare quello tradizionalmente culturale, per la presenza di centri piccoli e poco conosciuti, ma ricchi di storia e di testimonianze artistiche, archeologiche e medioevali.

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