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Assunzione di responsabilità collettiva e riorganizzazione amministrativa in Cilento

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CILENTO LAB sarà impegnato nei prossimi anni nel perseguimento delle 5 piste di lavoro delineate per arrivare a definire, insieme agli attori territoriali, un nuovo modello di sviluppo che si fondi sulla valorizzazione delle risorse locali e sul rafforzamento dei settori produttivi in chiave green.

Questa può essere la strada cilentana per fronteggiare con successo l’attuale fase di profonda crisi economica e sociale, ma è chiaro che per realizzarla occorre che vi sia una concreta assunzione di responsabilità collettiva da parte dei leader e degli attori territoriali. Lo sviluppo locale, per essere sostenibile, duraturo ed effettivo deve nascere dal pensiero, dalla scelta partecipe e dal coinvolgimento attivo delle popolazioni che vivono sul territorio, delle comunità locali, che si prendono nelle loro mani – attraverso la scelta consapevole di gestire le proprie risorse – il proprio futuro. In questo senso, un progetto di sviluppo locale deve saper cucire con il filo della specificità territoriale materie diverse fra loro come l’agricoltura e il turismo, l’industria e i cambiamenti climatici, le energie rinnovabili e la biodiversità, l’accessibilità locale e i servizi di interesse generale, l’interconnessione con le reti e l’innovazione, la formazione e la ricerca, la diversità culturale e la capacità di connettersi con il mondo globale.

Un approccio “progettuale” da parte del territorio locale può essere la chiave per un “risveglio dell’economia margine che scopre la sua modernità” (Rullani, 2009). Grazie a questa forza, e non solo alle opportunità (contingenti) del mercato, si può avviare un processo di innovazione diffusa in territori marginali come il Cilento, che in precedenza potevano essere al massimo considerati aree interne deboli, l’”osso”, appunto: da sostenere in base a criteri perequativi assistenziali, rispetto alle aree centrali più produttive (la “polpa”), ma non da valorizzare come luoghi che si pongono – nel campo prescelto – all’avanguardia nell’esplorazione del nuovo.

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Allo stesso tempo siamo consapevoli che questo sforzo, questa assunzione di responsabilità collettiva della comunità cilentana per poter avere successo deve essere accompagnata anche da una riorganizzazione del quadro istituzionale/amministrativo che possa consentire di recuperare una effettiva ed efficace capacità di governance in chiave sistemica del territorio.

Dal punto di vista delle politiche istituzionali possiamo dire che negli ultimi 20 anni sostanzialmente tre sono state le principali linee di intervento con ambizioni sistemiche per le aree interne meridionali e che, quindi, hanno interessato direttamente anche il Cilento:

  • la programmazione per lo sviluppo rurale realizzata attraverso i Gruppi di Azione Locale (GAL), i Patti Territoriali e diversi piani di azione settoriale la cui efficacia è stata in larga misura inficiata dalla incapacità di accompagnamento e pessimagestione burocratico-amministrativa dei Fondi Strutturali da parte della Regione Campania;
  • le politiche specifiche per la programmazione dello sviluppo e la fornitura di servizi associati, tradizionalmente affidate alle Comunità Montane, quali enti intermedi di secondo livello – in quanto espressione politica diretta dei sindaci dei comuni aderenti. La storia recente (a partire dal 2007) è caratterizzata da un forte ridimensionamento della geografia e della struttura delle Comunità Montane, ridimensionamento deciso anche a livello regionale e da un accentramento delle competenze a livello nazionale nell’Ente Italiano Montagna (EIM), poi soppresso nel 2010, le cui residue competenze sono confluite nel Dipartimento per gli affari regionali presso la Presidenza del Consiglio;
  • le politiche ambientali imperniate sui Parchi, la cui gestione – come dimostrato anche nel caso del Parco Nazionale del Cilento e del Vallo di Diano – non ha saputo finora rispondere alla missione di coniugare conservazione e sviluppo che il legislatore le aveva affidato, consegnandoci un bilancio con luci ed ombre in particolare sul fronte della gestione e dello sviluppo locale. La Relazione sullo stato di attuazione della legge quadro sulle aree protette e sull’attività degli organismi di gestione delle aree protette nazionali prodotta dal Ministero dell’Ambiente nel 2008, rappresenta uno dei pochi rapporti organici di fonte istituzionale e traccia un quadro generale dello stato di attuazione della legge, mettendo in evidenza le innovazioni più significative che vi sono state introdotte nel tempo, ma soprattutto incentra la sua attenzione sul grave problema del finanziamento dei Parchi Nazionali e sull’analisi dell’efficacia della loro azione, sia con riferimento agli atti di pianificazione previsti dalla legge, sia più in generale alla capacità dei Parchi di essere promotori di forme di gestione del territorio che contemperino le esigenze di conservazione con quelle di sviluppo socio-economico con esse compatibili. Questi obiettivi di fondo hanno trovato differenti modi di applicazione operativa. Non sempre hanno dato vita a percorsi virtuosi e non mancano casi di vero e proprio fallimento. In troppi casi, poi, il coinvolgimento della Comunità del Parco ha asssunto meri caratteri adempitivi quando non strumentali, in altri è rimasto sulla carta. In Cilento, che rispetto ad altre aree Parco si caratterizza per essere l’area protetta più grande d’Italia (182 mila kmq, più gli altri 7 mila delle aree marine protette delle zone di Castellabate e Infreschi-Masseta) con un livello di antropizzazione diffusa (95 comuni oltre i borghi) e ancora consistente (oltre 230 mila abitanti) nonostante il forte declino demografico in atto, il confronto tra istituzioni del parco, residenti e amministrazioni è ancora permeato da un clima di reciproca diffidenza, con esiti purtroppo negativi per la stessa tutela ambientale, anche se indubbiamente il Parco ha contribuito a ridare identità al territorio cilentano più interno e a sostenere una via allo sviluppo sostenibile (avendo puntato sui settori agroalimentare, agriturismo e delle iniziative ambientali).

Sul piano istituzionale/amministrativo, al forte ridimensionamento delle Comunità Montane ha fatto seguito di recente la radicale messa in discussione delle province. L’abolizione delle province, pur se solo annunciata e non ancora recepita nella Costituzione, che esplicitamente le prevede, a differenza delle Comunità Montane, ha già di fatto indebolito la principale amministrazione intermedia sovracomunale. Eppure l’esigenza di un punto di vista meno localistico di quello comunale e meno lontano da quello nazionale, ma anche da quello regionale, le cui tendenze autoreferenziali sono state abbondantemente sperimentate nell’ultimo ventennio, è assolutamente viva.

Il decreto legge n. 95/2012 convertito con modificazioni della Legge 7 agosto 2012, n. 135, prevede, per comuni con popolazione fino a 5 mila abitanti, ovvero fino a 3 mila abitanti se appartenenti o appartenuti a Comunità Montane, l’obbligo della gestione associata dell’esercizio delle funzioni fondamentali, tra cui la pianificazione urbanistica ed edilizia di ambito comunale, nonché la partecipazione alla pianificazione territoriale di livello sovracomunale.

Le associazioni di comuni non si sono però diffuse né in Cilento, né nel resto del Mezzogiorno, pur se ogni un piccolo comune si trova nell’impossibilità pratica – in termini sia di dotazioni di risorse economiche sia di competenze tecniche-progettuali – di poter affrontare qualsiasi problema di tipo tecnico-progettuale. La classe degli amministratori locali è ancora chiusa nelle proprie case comunali. Prevale la difesa di uno status quo che ha garantito finora ad alcuni gruppi una sopravvivenza assistita, piuttosto che la necessità di rinnovarsi ed organizzarsi meglio per rilanciare i servizi al territorio come il trasporto degli scolari, l’assistenza domiciliare agli anziani e ai disabili, le mense, la polizia locale, i tributi, la difesa del suolo, la depurazione delle acque, la raccolta differenziata dei rifiuti, etc..

Al massimo si arriva a sviluppare un piano urbanistico o un piano strategico associato, ma in genere solo perché precondizione per l’ottenimento di un finanziamento pubblico e, quindi, con una adesione che non può che avere esiti perlopiù improduttivi in concreto nel medio e lungo periodo. In questo senso, l’attuazione del PSR 2007/2013 dimostra quanto sia diffuso l’atteggiamento difensivo di tipo localistico e quante opere inutili, e spesso replicanti, siano state realizzate. Le risorse arrivate sul territorio sono state impiegate secondo la vecchia e improduttiva logica della distribuzione a pioggia dei progetti, fatta comune per comune, senza raggiungere alcun risultato sul piano dell’avanzamento complessivo del territorio.

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In questo senso, l’idea-progetto della “Città del Parco” lanciata dalla Fondazione Alario per Elea-Velia può certamente rappresentare un possibile contenitore politico-istituzionale all’interno del quale poter individuare un progetto a rete che unisca e valorizzi le diverse vocazioni territoriali, produttive, culturali e sociali, assicurando una governance più efficace ed efficiente dei processi istituzionali di finanziamento, gestione e sviluppo del territorio.

Un’assunzione di responsabilità collettiva della comunità cilentana, invece, deve far emergere comportamenti virtuosi caratterizzati da una maggiore capacità di organizzarsi in modo associato, attraverso unioni stabili di comuni, la promozione di servizi associati, la formazione di partenariati stabili e coesi, vincolati a precisi obiettivi di risultato e non alla mera gestione della spesa dei fondi.

In questo senso, l’idea-progetto della “Città del Parco” lanciata dalla Fondazione Alario per Elea-Velia può certamente rappresentare un possibile contenitore politico-istituzionale all’interno del quale poter individuare un progetto a rete che unisca e valorizzi le diverse vocazioni territoriali, produttive, culturali e sociali, assicurando una governance più efficace ed efficiente dei processi istituzionali di finanziamento, gestione e sviluppo del territorio.

Per gli amministratori locali la “Città del Parco” può essere lo scenario, il punto di riferimento, il luogo di incontro, la sede della condivisione anche sul versante tecnico-progettuale, al cui interno costruire una coesione amministrativa territoriale in alternativa alla situazione attuale di chiusura nelle case comunali, per cui ognuno affronta la propria emergenza e piange le proprie miserie in un clima di conflittualità pronta ad esplodere su temi specifici, come la gestione del ciclo dei rifiuti, o a manifestarsi nel tentativo di accaparrarsi le risorse pubbliche dei bandi regionali.

Se riesce a diventare un fattore di condivisione e di coesione amministrativa, la “Città del Parco” può diventare il motore di sviluppo locale capace di coniugare crescita economica e tutela dei beni comuni, sostenibilità ambientale e coesione sociale. Soprattutto, la “Città del Parco”, deve dimostrare di essere in grado di sviluppare una strategia per il recupero e lo sviluppo di funzioni residenziali ed urbane nelle aree interne attraverso una valorizzazione del territorio e delle infrastrutture e un modello di sviluppo a rete dei servizi e delle funzioni urbane, distribuiti sul territorio e in grado di accrescere le opzioni d’uso per le popolazioni residenti.

La sfida del futuro che attende il Cilento, così come l’idea della “Città del Parco”, è incentrata su due prospettive economiche, sociali e culturali emergenti: green economy e beni comuni. Quanto più alto sarà il punto di sintesi tra queste due prospetive, quanto più alta sarà la qualità della green society a venire. Quanto più l’applicazione della sostenibilità e della assunzione del limite che attraversano le filiere produttive entrerà in relazione virtuosa con la tematica dei beni comuni, quanto più si riuscirà a fare modernizzazione e civilizzazione.

In questa partita l’idea della “Città del Parco” potrà occupare un posto di rilievo se saprà uscire dal recinto degli interessi di breve periodo e da una cultura della conservazione che si è fatta conservatrice. Avendo ben presente che assumere la prospettiva della green society significa tentare di mettersi in mezzo tra pubblico e beni comuni, tra mercato e beni comuni, avendo nell’evoluzione dello sviluppo locale l’elemento di mediazione e sperimentazione.

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