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Promuovere la costruzione di una welfare community cilentana (3)

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In presenza della più grave crisi economica mondiale degli ultimi 60 anni, emerge una fragilità/vulnerabilità del territorio cilentano che è oggi sempre più investito da fenomeni sociali – nuove povertà, precarietà nel mercato del lavoro, nuova immigrazione, compressione dei consumi, rottura dei legami familiari, disagio giovanile, disagio psichico, bassa natalità ed invecchiamento della popolazione – dai risvolti/bisogni problematici che si aggravano lungo il continuum costa-interno e che andrebbero affrontati con adeguati servizi integrati di welfare di comunità: inserimenti socio-lavorativi ed occupazionali mirati, percorsi educativi e di formazione professionale, servizi domiciliari, interventi di micro-credito, di integrazione dei redditi delle famiglie, di trasporti, di sanità, di politiche abitative, etc..

Un welfare di comunità che risulti non solo più aderente alle necessità (vecchie e nuove) dei cittadini, ma che sia soprattutto promozionale, cioè in grado di innescare circuiti di cittadinanza “attiva” che permettono alla persona di arricchire e tutelare la propria autonomia e di partecipare alla vita della comunità in cui è inserita, arrivando così ad incrementare il livello di coesione sociale e di consapevolezza territoriale e cioè di una parte di quei beni immateriali che producono la convivenza civile e alimentano lo sviluppo territoriale e l’identità locale.

E’ avvertita una forte necessità di interventi sociali di ricostruzione della solidarietà e della coesione sociale. In particolare, l’esclusione sociale, la fragilità/rottura dei legami sociali, la scarsità di capitale sociale sono le coordinate all’interno delle quali si iscrive la categoria delle “nuove povertà” che evidenzia la presenza nel corpo sociale di un insieme eterogeneo di situazioni di disagio, fragilità e marginalità (malattia mentale, precarie condizioni di salute, mancanza o insalubrità dell’alloggio, alcolismo e abuso di droghe, fragilità relazionale, emarginazione adulta grave, non autosufficienza, etc.), le quali si intrecciano (anche se non sempre) con la dura e materiale condizione di deprivazione di risorse economiche (disoccupazione, precarietà occupazionale, assenza di reddito adeguato, etc.).

Negli ultimi anni si è andata diffondendo anche una forma di povertà che è difficile da vedere. E’ la povertà dignitosa, quella che cerca disperatamente di salvare le apparenze. Un qualsiasi incidente di percorso, come una malattia o un intervento chirurgico, che si verifichi nella vita quotidiana della famiglia, è sufficiente a pregiudicare un equilibrio di bilancio sempre sul filo del rasoio. C’è un numero crescente di nuclei familiari in difficoltà che vivono non in una condizione di povertà estrema, ma di “povertà discreta”, sommersa e dignitosa, condivisa con i propri familiari e figli minori all’interno di normali abitazioni. Si avverte quindi l’esigenza di una qualche forma di sostegno anche psicologico e motivazionale, in grado di sostenere e accompagnare le persone che stanno vivendo delle esperienze di disagio ed esclusione sociale.

L’eccessiva frantumazione del territorio in tanti piccoli comuni abbinata ad una scarsa propensione a mettersi assieme, a darsi forza, a fare rete rappresentano i maggiori vincoli per arrivare a dotare il Cilento di adeguati servizi di welfare. Manca la capacità di realizzare progetti di interesse generale e di coalizzarsi per il conseguimento di obiettivi strategici vantaggiosi per tutti. Ogni comune si limita a considerare i propri problemi e a procedere per proprio conto, ignorando così quelli del territorio più ampio che lo circonda, senza rendersi conto che l’attuale assetto istituzionale è penalizzante e frenante perché nessun comune, a causa delle sue ridotte dimensioni, è in grado di svolgere un ruolo effettivo di autogoverno del territorio, né tanto meno di guida territoriale partendo proprio da tutte quelle funzioni che richiedono un’unità di azione fra più enti locali, come il campo dei servizi socio-sanitari.

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Da questo punto di vista, il CILENTO LAB, oltre a promuovere e realizzare un approfondimento dell’analisi territoriale delle dinamiche e dei bisogni sociali, si farà promotore dell’attivazione di tavoli di discussione tra gli assessori al sociale dei comuni, gli uffici di piano dei tre Ambiti socio-sanitari e le organizzazioni del terzo settore che possano consentire di attivare e rafforzare le relazioni istituzionali, a cominciare dalla partecipazione alla progettazione ed attuazione dei Piani Sociali di Zona previsti dalla Legge 328/2000. Inoltre, si ritiene che, facendo leva su risorse pubbliche (regionali, nazionali ed europee) e private (ad esempio, i bandi della Fondazione con il Sud), si potrebbero avviare delle sperimentazioni di interventi e servizi sociali e sanitari innovativi, passando da un approccio di tipo riparativo, strettamente assistenziale, alla creazione di una sistema di protezione sociale attivo, che cerca di promuovere il benessere del territorio locale e delle persone che lo abitano, basato su un modello di welfare comunitario integrato, multidimensionale, ma soprattutto “attivo”.

Oggi, in una fase in cui le risorse centrali/nazionali sono destinate a ridursi sempre più, se non si vuole il completo smantellamento di qualsiasi sistema di protezione sociale è necessario ricominciare a pensare a forme di auto-organizzazione territoriale e sociale che facciano perno sul tessuto intermedio della “comunità di cura” (insegnanti, medici di base, assistenti sociali, operatori delle organizzazioni del terzo settore, etc.) e siano capaci di adattare, con flessibilità, i servizi ai bisogni dei cittadini-utenti e di coinvolgere una molteplicità di portatori di interessi presenti sul territorio. Cioè, pensare ad iniziative che “dal basso” ripropongano in chiave moderna forme di comunitarismo, mutualismo e di sussidiarietà capaci di produrre beni pubblici. In Cilento vi è la concreta possibilità di cominciare ad affermare strategie costruzione di responsabilità sociale di comunità, in una logica di sviluppo locale e, quindi, di trasformazione del welfare che pongano al centro il “pubblico” (non statale) e l’autonomia delle pratiche sociali, la coesione sociale e la crescita della comunità, vale a dire che rivalutino i valori di riferimento del mutualismo di un tempo e dell’impresa sociale, così come è andata prendendo forma nel nostro Paese nel corso degli ultimi decenni.

In questo senso, il CILENTO LAB può svolgere un’azione di diffusione e sostegno della cultura, della pratica e della progettualità dell’associazionismo, promuovendo la nascita di reti tematiche e territoriali e anche valorizzando il ruolo delle Pro Loco, soggetti associativi riconosciuti e relativamente diffusi sul territorio cilentano. Va valorizzato l’orientamento dell’Unione Nazionale delle Pro Loco Italiane (UNPLI) che ritiene che la Pro Loco debba essere un ente associativo che fa cultura a tutto tondo sul territorio, andando quindi oltre l’impostazione tradizionale basata sul collateralismo con le amministrazioni locali e la mera organizzazione di feste e sagre.

Per promuovere coesione sociale e aggregazione giovanile e comunitaria nelle aree più interne del Cilento, in forte declino socio-demografico ed apparentemente prive di dinamiche endogene di sviluppo, CILENTO LAB ritiene necessario attivare delle “missioni di sviluppo”, seguendo l’esperienza del progetto “Animazioni delle aree deboli del Sud” realizzata nel corso degli anni ‘90 su iniziativa del Comitato per lo Sviluppo di Nuova Imprenditorialità Giovanile, poi Società per l’Imprenditorialità Giovanile (IG SpA), come parte di un vasto programma di promozione di cultura d’impresa nelle aree della deboli del Mezzogiorno. Le risorse finanziarie potrebbero essere recuperate presentando un progetto alla Fondazione con il Sud in occasione del prossimo bando. Le missioni di sviluppo possono agire per ricostruire la “comunità”, mettendo in campo  meccanismi di presidio continuativo, di comunicazione territoriale e di animazione dei soggetti locali che tengano conto delle specifiche caratteristiche delle diverse aree, generate dall’intreccio di fattori storici, economici, culturali, ambientali, istituzionali e politici, e che vadano al di là dei limiti della tradizionale attività di formazione e sensibilizzazione, favorendo il protagonismo giovanile e diffondendo cultura associativa in zone particolarmente svantaggiate. Gli operatori delle missioni dovranno essere capaci di ascoltare i soggetti locali, di mettersi in comunicazione e di costruire con loro percorsi comuni, arrivando ad impegnarsi nella promozione, animazione e attuazione di progetti il cui comune denominatore sarà da ricercarsi nell’individuazione ed implementazione di una strategia di sviluppo locale il più possibile calibrata sulle esigenze, le risorse, le prospettive, gli attori, i punti di forza e di debolezza di ciascun territorio di riferimento.

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Infine, CILENTO LAB potrebbe anche riprendere e sperimentare il Progetto di valorizzazione del ruolo del medico di base nell’ambito del Servizio Sanitario Nazionale, messo a punto nel 2006 da Ubaldo Scassellati insieme con alcuni tecnici (il Prof. Cappelli e il Dott. Gavazza) e l’Hospital Consulting, per la cui realizzazione intendeva coinvolgere la Fondazione Compagnia San Paolo e il Ministero della Salute. Si trattava di una iniziativa volta a rivalutare sostanzialmente il ruolo professionale del medico di medicina generale, progressivamente scaduto sino a ridursi talvolta all’esercizio di funzioni burocratiche o di semplice prescrizione farmaceutica, con alcuni obiettivi fondamentali:

  • la promozione – attraverso un deciso e decisivo aggiornamento delle strumentazioni diagnostiche utilizzate a livello di base per quanto riguarda la rilevazione di immagini e le indagini di laboratorio per segnali e immagini (tracciati elettrocardiografici, ecografia di base, etc.) semplici, ma proprio per questo molto richiesti – di una diffusa presenza nel territorio di una funzione di filtro sanitario efficace e, quindi, capace di fronteggiare in maniera per quanto possibile autonoma le patologie più frequenti e di minore gravità (evitando così il sovraccarico di domanda impropria nei confronti dei servizi di seconda istanza, riducendo i tempi di attesa per i pazienti, il numero di  ricoveri inappropriati, delle prescrizioni per accertamenti diagnostici e per consulenze specialistiche, e della spesa farmaceutica), indirizzando nel contempo le forme morbose più complesse verso i competenti servizi di seconda istanza;
  • l’effettiva  realizzazione di forme sistematiche di continuità assistenziale (scambio online bidirezionale di informazioni anamnestichetra servizi di base e servizi di seconda istanza; follow up dei dimessi) che risultano indispensabili per la dimissione precoce dei pazienti ricoverati negli ospedali;
  • la realizzazione, presso l’ambulatorio del medico di medicina generale, di un sistema efficace, agibile e protetto di archiviazione delle informazioni sanitarie fondamentali concernenti gli assistiti.

Si tratta di lavorare per fare in modo che sul territorio, soprattutto nelle aree più interne e logisticamente lontane dalla rete ospedaliera, vi sia la presenza di un medico di famiglia moderno e sincronizzato con i tempi e le esigenze della realtà in cui opera. Un medico che dialoga con i reparti ospedalieri e gli specialisti e contribuisce ad alleggerire il carico di lavoro del pronto soccorso anche con aperture prolungate di unità funzionali di medicina generale gestite da più colleghi che senza soluzione di continuità nell’arco delle 24 ore possano dare una prima risposta al bisogno di salute della popolazione. Un medico di base che risponda alle nuove regole dell’assistenza che non è più centrata sull’ospedale, ma deve andare sotto casa dei pazienti. Sono orientamenti in linea con quanto previsto dal documento che prelude alla firma della nuova convenzione tra la categoria dei medici di base (FIMMG) e il servizio sanitario nazionale pubblico, nonché da quelli del Patto della Salute tra Stato e Regioni sui programmi da realizzare in campo sanitario nel triennio 2014-2017.

Nelle fotografie alcune delle opera di Georgia O’Keefe.

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