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Promuovere la costruzione di una welfare community cilentana (2)

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In tutto il territorio c’è una grande diffusione delle problematiche relative alla mancanza di lavoro e ad un insufficiente reddito economico, soprattutto per i giovani diplomati e laureati e le madri o i padri soli con figli.

Il disagio generalizzato ed il rischio di esclusione sociale sono legate a concause che ascrivono ad un concetto di povertà allargato che riguarda sia l’aspetto economico sia una deprivazione culturale ed affettiva che finisce negli anni per esitare nella marginalità sociale. E’ importante notare come nell’area del disagio derivante dalla disoccupazione o comunque da una occupazione precaria e/o saltuaria, non si possa parlare soltanto di fasce deboli in senso stretto, ma anche dei giovani e di tutti quei soggetti che, non avendo a disposizione una forte rete parentale e/o amicale che li sostenga e li assorba lavorativamente, come avveniva, almeno in parte, fino a pochi anni fa in queste zone con il favore di una economia relativamente in espansione, oppure in possesso di uno skill professionale spendibile anche fuori del territorio, subiscono attraverso questa difficoltà d’inserimento una forte spinta all’esclusione sociale, talvolta accompagnata da livelli di sussistenza minimi. Si tratta di un fenomeno complesso legato a quella povertà, intesa non soltanto come difficoltà a produrre reddito, ma soprattutto al mancato accesso ad una cittadinanza a pieno titolo ed ai diritti ad essa legati.

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E’ importante considerare il caso dei giovani appena diplomati e laureati che nella quasi generalità dei casi passano per fasi latenti, che possono durare anche diversi anni, consistenti in: occupazioni stagionali generiche nell’ambito del turismo e della ristorazione, ricerca non mirata di ulteriore specializzazione professionale, impieghi a provvigione o con investimenti di fondi propri, periodi di migrazione-lavoro nelle aree del Centro-Nord, lavoro nero.

Si realizza così un circolo vizioso: in questo contesto socio-economico nel complesso marginale, ancora fortemente improntato alla ruralità, povero dal punto di vista del reddito e delle iniziative imprenditoriali, in declino demografico e a rischio di spopolamento, perché investito da un forte invecchiamento della popolazione, una riduzione dei nuclei familiari e del saldo naturale della popolazione, i giovani rappresentano l’unica vera risorsa e speranza per il futuro, ma sono proprio i giovani ad essere il soggetto più debole del contesto sociale e culturale locale sia perchè sono una frazione sempre più ridotta della popolazione complessiva sia perché vivono sulla loro pelle tutte le contraddizioni di un territorio marginale, debole e frammentato, non in grado di fornire adeguati sbocchi occupazionali, stimoli e recettori culturali (almeno rispetto a quelli derivanti dai flussi culturali globali e metropolitani) e privo di un tessuto associativo e di luoghi di aggregazione socio-culturale giovanile.

Chi oggi ha tra i 18 e i 35 anni si confronta con la prospettiva di rimanere sul territorio con scarse speranze di poter mutare la propria condizione socio-economica rispetto a quella dei propri genitori o con l’alternativa di emigrare verso nord sia che voglia continuare a studiare all’università o trovare un’occupazione nel settore privato (molto spesso comunque non qualificata e precaria) o in quello pubblico (soprattutto nei corpi militari dello stato, se uomo, o tra i precari della scuola, se donna).

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Dal punto di vista delle chances di vita dei giovani, e quindi anche delle prospettive di sviluppo del territorio, uno degli aspetti più problematici è il fenomeno della dispersion scolastica, di cui l’abbandono precoce degli studi è sicuramente quello più eclatante, in quanto conseguenza di percorsi irregolari, costellati da bocciature e ripetenze, debiti formativi, profitti, se va bene, appena sufficienti. Se il tasso di abbandono scolastico in Italia è pari al 18,8% e al Centro-Nord al 16,2%, in Cilento supera il 20%, in linea con quello della Campania (23%). Più di due ragazzi su 10 non riescono ad ottenere un diploma di scuola secondaria superiore perchè lasciano gli studi dopo la scuola media ed in particolare durante il biennio della scuola secondaria di secondo grado, con livelli particolarmente critici negli istituti professionali. Non a caso, anche a seguito degli effetti della crisi economica, negli ultimi anni è cresciuta la quota di NEET (not in education, employment or training) 15-29enni arrivando ad interessare più di un terzo dei giovani in questa fascia d’età (ma estendendosi anche ai giovani fino ai 34 anni). Un rischio quello della dispersione scolastica che aumenta fra i giovani con problemi di salute o forme di disabilità, oppure immersi in ambienti familiari difficili, meno scolarizzati e con redditi più bassi, nei quali viene spesso a mancare la motivazione, perchè le famiglie credono che lo studio sia una perdita di tempo e non c’è senso di appartenenza alla comunità scolastica. In altri casi l’allontanamento è dovuto ad una scuola non orientativa e non accogliente, funzionale più alle cattedre che ai ragazzi, a un sistema di valutazione che mortifica i ragazzi e li fa sentire inadeguati.

Un’altra fascia a grave rischio di marginalità e di nuova povertà è rappresentata dai soggetti in fascia d’età 40–45 anni che perdono il lavoro e hanno scarse possibilità di nuova formazione e di reinserimento lavorativo; per essi il ricorso a lavoro saltuario e/o lavoro in nero è purtroppo un iter obbligato. Nel complesso, si sta estendendo la quota di persone a rischio di povertà, mentre è in atto una “femminilizzazione” della povertà dovuta a varie cause: per esempio, aumenta il numero delle donne adulte con figli a carico, mentre il mercato del lavoro ostacola l’ingresso della componente femminile adulta.

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I cittadini stranieri residenti nei 65 comuni dell’ambito, regolarmente iscritti alle anagrafi comunali, sono circa 5.300 di cui quasi il 60% è rappresentato da immigrati provenienti da paesi comunitari e circa il 40% da paesi extracomunitari (i paesi di provenienza sono prevalentemente: Romania, Albania, Polonia, Ucraina e Moldavia). A partire dal 2006 la popolazione immigrata ha subito una crescita rilevante, anche se rappresenta ancora solo il 3,5% della popolazione totale (il dato italiano è intorno al 9%), raddoppiando la sua dimensione, soprattutto grazie alla crescita della componente comunitaria. Per questa crescente popolazione di migranti stranieri c’è una carenza di informazioni sull’accesso ai servizi e scarsità di specifici servizi dedicati all’integrazione sociale e culturale, a cominciare dall’insegnamento della lingua italiana agli adulti e dal sostegno scolastico per i minori. Sulla condizione dei migranti stranieri si addensano potenzialmente una pluralità di circostanze di rischio e di esclusione che ne fanno delle figure particolarmente deboli; una debolezza che deriva da una pluralità di cause: frequentemente vivono in una situazione di irregolarità, non hanno un alloggio dignitoso, lavorano in nero (soprattutto come manovalanza edilizia ed agricola se uomini, come “badanti” degli anziani se donne), vengono spesso sfruttati, sono più esposti al rischio di violare la legge, non conoscono (o, quantomeno, conoscono poco) la lingua né i costumi del luogo. E’ da rilevare che sono numerosi gli immigrati che, per quanto riguarda la situazione alloggiativa, sono costretti a vivere in abitazioni di fortuna, a sistemarsi alla meno peggio in luoghi pericolosi e malsani. C’è, quindi, una domanda di servizi relativi alla ricerca abitativa, alla consulenza per la regolarizzazione del soggiorno e all’area legale in genere, mentre la lingua è spesso appresa solo sul posto di lavoro.

Per il Cilento, soprattutto per le aree tristi dell’interno soggette a forte spopolamento, invecchiamento e marginalità, mettere in campo politiche ed interventi tesi a favorire un’inte(g)razione socio-culturale positiva dei migranti stranieri, costruire un territorio accogliente per una nuova residenzialità, rappresenta una delle sfide fondamentali per assicurarsi una prospettiva di futuro. Favorire il flusso dell’immigrazione straniera (ed italiana), infatti, può significare favorire il ripopolamento dei paesi dell’interno, assicurando la sostenibilità della rete dei servizi (scuole, presidi sanitari, farmacie, veterinari, parrocchie, uffici postali, etc.) e rimettendo in moto l’economia. Su questo tema occorre l’impegno di tutti, guardando anche alle “buone pratiche” già sperimentate con i rifugiati in alcuni calabresi (Riace, Acquaformosa, etc.).

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