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Promuovere le energie rinnovabili, l’efficientamento energetico e la strategia rifiuti zero in Cilento (2)

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La realizzazione di mini impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili può interessare e coinvolgere direttamente anche le amministrazioni locali. Gli enti locali possono avere un ruolo fondamentale di regolamentazione, di funzione esemplare verso la cittadinanza e gli attori che insistono sul territorio, di guida e stimolo allo sviluppo della filiera locale delle rinnovabili. Le entrate da investimenti diretti nella produzione energetica rinnovabile possono avere un impatto positivo importante a livello economico per l’ente locale comunale, insieme ad una molteplicità di fattori come il risparmio e l’efficientamento energetico e la riduzione dei costi sociali e ambientali. Ogni comune dovrebbe innanzitutto conoscere le potenzialità e le opportunità energetiche del proprio territorio, utilizzare tutte le leve tutelandolo, migliorando la qualità dei servizi e della vita dei propri cittadini. Soprattutto, dovrebbe attivare la pratica virtuosa nel considerare in modo integrato la comunità e il territorio, con i suoi bisogni, i suoi consumi complessivi e le sue potenzialità complessive in termini energetici, focalizzando sulla concomitanza di produzione ed incremento dell’efficienza energetica, stressando la componente di risparmio, e valorizzando al massimo la distribuzione e l’autonomia energetica, a partire dal patrimonio immobiliare pubblico. Molto deve e potrà essere fatto da parte degli enti locali nel prossimo futuro in questo senso:

  • svolgere servizi animazione socio-culturale e di supporto informativo, diffondendo le informazioni sulle evoluzioni tecnologiche e sugli indirizzi politici e normativi in vigore riguardanti lo svolgimento di attività economiche (dirette e indirette) per la produzione di energia da fonti rinnovabili, le modalità autorizzative e di accesso alle agevolazioni, la struttura produttiva del territorio locale;
  • essere un canale per veicolare e garantire risorse finanziarie altrimenti non mobilitabili;
  • svolgere un ruolo di garante della trasparenza dell’iter riferito a ciascuna domanda di autorizzazione di nuovi insediamenti produttivi;
  • essere un volano per promuovere nuove iniziative imprenditoriali attraverso la trasformazione del proprio modo di operare e di gestire il proprio patrimonio;
  • essere fonte di legittimazione di nuove pratiche agli occhi della cittadinanza;
  • essere nodo del coordinamento e della diffusione di pratiche replicabili, ancorché nate in contesti locali e specifici, nei confronti degli altri territori o all’interno del territorio stesso;
  • affiancare alle funzioni tradizionali della pubblica amministrazione quelle relative alle politiche di sviluppo locale, promuovendo la partecipazione integrata di tutti gli attori del territorio;
  • realizzare dei progetti di impianti rinnovabili a capitale misto pubblico-privato e/o con forme di azionariato diffuso tra i cittadini. Un forte radicamento pubblico-privato della proprietà degli impianti consentirebbe di sviluppare politiche di sviluppo delle rinnovabili molto attente alle potenzialità e ai bisogni del territorio. Per operare ci vogliono imprese, vecchie o nuove, pubbliche o private, o miste, o cooperative, o sociali. In questa dimensione, il carattere locale dell’impresa – o un suo radicamento a livello locale, ancorché nel quadro di una rete a filiera lunga – è molto più importante delle dimensioni e per questo può ritrovarsi in vantaggio.

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Inoltre, c’è bisogno di arrivare ad una regia territoriale, di un coordinamento tra gli enti locali, anche attraverso la gestione associata o l’obbligo di formare dei consorzi tra comuni limitrofi. In questo modo si può effettuare una valutazione dei progetti considerando un ambito sovra comunale per programmare e capire dove gli impianti si vanno a collocare e verificare come si relazionano rispetto a progetti già realizzati o in corso di approvazione o realizzazione, e per introdurre così correttivi e adattamenti. In Italia c’è una legge, la 959/53, che è quella che istituisce i Consorzi dei Bacini Imbriferi Montani imponendo alle imprese idroelettriche un sovracanone in favore dei comuni montani, che è una legge che, pur avendo 60 anni, ripescata e riutilizzata parzialmente per sostenere un processo di regolazione sullo sviluppo delle energie rinnovabili potrebbe essere un buon punto di partenza. Riconoscendo che la dimensione municipale è troppo esigua e limitata per un ritorno fiscale efficace, lo Stato promuove la costituzione di un “ambito ottimale” che si trasforma in “consorzio di bacino imbrifero montano” in maniera obbligatoria qualora i tre quinti dei Comuni compresi in ciascun bacino lo richiedano. Nelle intenzioni della legge, il sovracanone è da destinare ad opere di sistemazione montana e di valorizzazione del territorio a compensazione dei disagi causati alle popolazioni locali dalla presenza di opere di captazione. Nelle zone di montagna del Cilento le risorse derivanti dai sovracanoni idroelettrici potrebbero essere utilizzate come fondo di investimento che consenta alle autonomie locali di essere protagoniste nello sviluppo dell’energia rinnovabile.

In questo contesto, con il supporto tecnico e finanziario di Idrocilento, andrebbe rilanciato il tema e il ruolo delle utilities locali perché, con pochissime eccezioni, le amministrazioni locali e soprattutto il loro personale politico (ma anche quello inquadrato nella struttura) non hanno la cultura, la sensibilità e le conoscenze per avviare, o anche solo aggregarsi, a processi di sviluppo integrato delle fonti rinnovabili. D’altra parte, anche se lo volessero, non dispongono, e disporranno sempre meno, di strumenti operativi. La legge italiana – a seguito di una interpretazione molto drastica e violenta di orientamenti dell’UE assai meno vincolanti –  impone loro di dismettere entro breve le imprese controllate o partecipate, per affidarle a gestioni private e a processi di aggregazione che le allontanano sempre più dal territorio, dalle sue esigenze e, soprattutto, dalle sue possibilità di un controllo diretto da parte degli utenti/cittadini. Se questo processo andrà avanti, queste società, oggi sotto il controllo degli enti locali, si trasformeranno in holding coinvolte nel gioco finanziario planetario.

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Occorre, invece, che nei territori di loro competenza agli enti locali venga restituita la possibilità, nella massima trasparenza di fronte ai propri amministrati, di fare impresa, di promuovere accordi che garantiscono mercato a chi si impegna in produzioni che corrispondono ad un disegno condiviso, di sostenere lo sviluppo locale delle energie rinnovabili.

All’inizio del Novecento, per fornire alla parte meno privilegiata dei propri amministrati elettricità, acqua, gas, fognature, trasporto, e poi anche gestione dei rifiuti, sanità, assistenza, cultura, le amministrazioni a guida socialista o democratica del nostro Paese avevano fondato le imprese “municipalizzate” che esse potevano controllare direttamente grazie alla copertura di una legge nazionale voluta da Giolitti. Quel sistema di imprese pubbliche – molto presente al Centro-Nord e assai meno nel Mezzogiorno –, che ora l’art. 15 del D.L. 135/08 (cosiddetto Decreto Ronchi), che ha modificato l’art. 23 bis della Legge 133/08 impone di smantellare, è stato fatto in gran parte degenerare dal clientelismo. Nei casi in cui queste imprese pubbliche sono già state privatizzate, il cambiamento di proprietà non sembra aver apportato alcun miglioramento agli utenti, mentre ha contribuito comunque non poco ad alimentare una nuova ondata di “finanziarizzazione” dell’economia e l’”esternalizzazione” dei servizi, affidati a subappalti fondati sullo sfruttamento intensivo del lavoro.

Le forme dell’intervento dei municipi nell’economia devono sicuramente cambiare. La trasparenza di tutte le operazioni effettuate, il coinvolgimento della cittadinanza attiva nella gestione ne devono diventare vincoli ineludibili, perché sono l’unico presidio nei confronti delle degenerazioni clientelari, che aprono poi le porte anche alle infiltrazioni e al controllo della malavita organizzata. Ma, non ci potrà essere uno sviluppo delle energie rinnovabili all’interno di processi di sviluppo locale senza un recupero radicale, da parte delle amministrazioni locali, del potere di intervenire nella gestione dei processi di produzione e consumo che interessano il loro territorio.

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Aprire in Cilento una fase dello sviluppo delle rinnovabili che sia più in linea con il modello della generazione distribuita non significa soltanto promuovere la diffusione capillare di micro e mini impianti, ma soprattutto cercare di collegare in modo veramente sinergico lo sviluppo di queste tecnologie con le dinamiche di sviluppo locale del territorio, nella convinzione che l’accettabilità sociale delle rinnovabili dipenda dalla capacità che queste hanno di integrarsi con le specificità, le vocazioni e i settori produttivi territoriali. Al tempo stesso, occorre considerare che nel processo di riconversione da un’economia dipendente dalle risorse energetiche fossili ad un sistema maggiormente sostenibile, fondato sull’utilizzo crescente delle risorse rinnovabili locali, una delle maggiori riserve energetiche a disposizione di una comunità è costituita anche dall’efficienza energetica degli impianti e degli edifici pubblici e privati (elementi strutturali edilizi, sistemi di riscaldamento e raffrescamento, lampade, elettrodomestici, etc.), ovvero dall’uso razionale dell’energia determinato sulla base di audit energetici e certificazioni. In questo senso è fondamentale legare l’integrazione della produzione di energia da fonti rinnovabili anche con la “chiusura” dei cicli locali, incrementando così il livello di sostenibilità dello stile di vita complessivo e, quindi, allargando lo sguardo a temi come la dematerializzazione dei consumi, l’agricoltura biologica, la mobilità flessibile, la cultura della manutenzione, la strategia rifiuti zero.

Questo approccio implica il coinvolgimento diretto dell’intera comunità nelle iniziative da intraprendere, mobilitando la “cittadinanza attiva” anche attraverso le sue espressioni organizzate (sindacati, associazioni professionali, cooperazione, scuole, parrocchie, associazionismo, volontariato, comitati civici, etc.). E’ a questo livello che risiedono e si possono attivare quei saperi diffusi di cui la popolazione è depositaria e sempre più, anche, fonte di elaborazione. Occorre cercare di esplorare strade nuove e avanzate, promuovendo la crescita di un desiderio di auto-organizzazione delle istituzioni locali e delle popolazioni, destinato ad alimentare una sempre più forte e impegnativa forma di “imprenditorialità collettiva”.

Lo sviluppo della green economy, da una riattivazione aggiornata dei settori tradizionali dell’agricoltura, dell’agro-alimentare, del turismo, alla gestione delle acque e delle foreste, alla creazione di sistemi energetici locali, alla rigenerazione dei borghi, appare la prospettiva più convincente per rafforzare il presidio delle aree più interne, rendendole al contempo più attrattive per le giovani generazioni.

Infine, il CILENTO LAB può realizzare un’attività di animazione comunitaria per promuovere la riduzione dei rifiuti, valorizzando la cultura della strategia rifiuti zero, così come definita nella Carta Internazionale di Napoli della Zero Waste International Alliance (ZWIA), dando assistenza alle amministrazioni comunali, alle scuole e ai soggetti imprenditoriali e del terzo settore per affrontare la questione del ciclo dei rifiuti, promuovere campagne di sensibilizzazione e informazione sulle buone pratiche nell’ambito dei rifiuti e creare una rete per lo scambio di informazioni tra pubbliche amministrazioni, cittadini e soggetti privati, perché la strategia rifiuti zero divenga patrimonio condiviso. Inoltre, promuovere la più ampia sensibilizzazione sui temi della prevenzione dal rischio ambientale, della fragilità territoriale e ambientale, dell’ecosistema e dell’importanza dei piccoli gesti che, ogni giorno, l’essere umano può compiere per garantire un futuro sostenibile alle generazioni future. Infine, ma non certo per ultimo, dare un contributo fattivo alla formazione culturale di comunità che vedono nel bene comune ambiente il punto di riferimento principale per contribuire ad innalzare la qualità della vita di tutti. In particolare, il Laboratorio si attiverà per promuovere:

  • la realizzazione, all’interno delle scuole, di laboratori interculturali con gli alunni e la formazione del personale scolastico su: sviluppo sostenibile; consumo critico ed educazione alimentare; riuso, riciclo e compostaggio; sperimentazione della raccolta differenziata di carta e plastica e, ove possibile, del compostaggio;
  • la realizzazione di una ricerca-azione per: conoscere abitudini di consumo, servizi pubblici locali, ciclo di smaltimento dei rifiuti; promuovere la partecipazione a coalizioni territoriali “Km 0” (Gruppi di Acquisto Solidali, ristoratori e operatori turistici, mense e scuole di ogni ordine e grado, agricoltori biologici per il compostaggio di qualità della frazione umida) e a reti locali di lotta alle povertà, attraverso interventi che diano una seconda e terza vita ai beni di consumo;
  • lo sviluppo di campagne di sensibilizzazione rivolte a scuole, enti locali, famiglie e cittadini: dall’usa e getta alla capacità di intervenire un minuto prima che un oggetto divenga rifiuto; la raccolta differenziata, il riuso e la rivalutazione delle materie prime seconde (imballaggi, carta, plastica, vetro, lattine, Raee, umido).

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