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Rafforzare il tessuto artigianale e della micro industria in Cilento

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Attualmente, il Cilento non dispone di una struttura industriale, né di strutture di base (aree attrezzate, zone industriali, laboratori di ricerca, incubatori di impresa, etc.). Le attività manifatturiere sono molto limitate, di piccolissime dimensioni e non svolgono un ruolo propulsivo né hanno un peso rilevante nel contesto economico locale, se si eccettuano alcuni singolari casi (vedi il gruppo calzaturiero Fiscina di Caselle in Pittari).

Per quanto riguarda le attività propriamente artigianali, si può affermare che gli artigiani sono possessori di tecnologie di produzione, di impiantistica e di manutenzione moderne, grazie alle quali hanno sostituito i mestieri tradizionali della società contadina, che si sono già estinti nei comuni più vicini a Vallo della Lucania e che sopravvivono stentatamente in alcune aree periferiche. In anni recenti, essi hanno dimostrato senso del mercato e consapevolezza professionale, anche se finora non hanno avuto adeguati stimoli (a parte l’esperienza peraltro fallita del Patto Territoriale) per evolversi verso comportamenti industriali e verso i servizi al turismo, è corretto considerarli come il potenziale patrimonio locale di piccola impresa industriale: chi è riuscito ad esercitare con successo l’attività artigianale nelle attuali difficili situazioni economiche del Cilento può forse avere la capacità di organizzare attività di impresa di maggiore spessore all’interno di un processo di modernizzazione del contesto.

Certamente uno dei primi nodi da affrontare riguarda il rapporto tra impresa e territorio. Dal versante imprenditoriale questa relazione si caratterizza soprattutto in termini di ostilità. L’ambiente socioculturale più che favorire, resiste ed ostacola i percorsi di sviluppo verso un’economia di mercato. Le imprese si percepiscono e si comportano come tante “isole nella rete” che non interagiscono con il territorio perché questo viene vissuto come un contesto sociale, culturale e politico tendenzialmente ostile.

Le poche imprese presenti sul territorio, soprattutto quelle localizzate nelle aree più interne, sono per lo più confinate all’interno di una cornice folcloristica, da mostrare ai turisti nei mesi estivi. In sostanza, c’è il problema della solitudine dell’operatore economico sul territorio rispetto alle autonomie funzionali (scuola, enti di formazione, Università, Camera di Commercio), alle autonomie locali e al sistema della rappresentanza degli interessi economici (associazioni di categoria).

Tra le attività esistenti, sussistono certamente nuovi spazi tecnico-economici “vuoti”, dove l’integrazione tra impresa e territorio può dare occasione ad attività di interesse economico per il singolo operatore e per il territorio. In questo senso, tra le esperienze più significative si segnala l’evoluzione verso una forma proto-distrettuale avviata dalle piccole imprese artigianali del settore calzaturiero attive nei comuni di Caselle in Pittari, Sassano e Sanza.

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L’artigianato a valenza artistica (ceramica, terracotta, lavorazione del legno, ferro, pietra, etc.), che è stato uno dei settori maggiormente colpiti dall’esodo di manodopera, ha conosciuto nel corso degli ultimi anni alcune esperienze positive. Su di esse è possibile far leva per rivitalizzare gli antichi mestieri, anche se queste attività continuano ad esercitare uno scarso appeal per quanto riguarda le giovani generazioni. Generalmente, questi artigiani hanno imparato il mestiere sul campo, affiancando i propri genitori, ma oggi riconoscono che vi è la necessità di attivare appositi percorsi formativi per i giovani se si vuole evitare l’estinzione di questo tipo di attività. Il problema cardine del settore, comunque, è quello della commercializzazione: le realtà aziendali sono talmente piccole da non essere in grado di entrare in mercati extra-locali, mentre al tempo stesso risentono fortemente della concorrenza dei prodotti internazionali a basso costo (soprattutto di quelli Made in China).

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Nel complesso, diverse sono le difficoltà che debbono essere superate per fare impresa nel territorio del Cilento e sulle quali è il caso di orientare gli interventi di CILENTO LAB:

  • c’è una mancanza di disponibilità creditizia da parte delle banche: c’è una incapacità da parte delle banche ad accompagnare gli imprenditori attraverso un rapporto trasparente e la concessione di prestiti; generalmente, da parte delle banche c’è una richiesta di garanzie eccessive, rispondenti più all’ormai anacronistica logica del pegno che a quella della ragionevole tutela rispetto ad un rischio imprenditoriale;
  • non ci sono aree per l’insediamento di attività artigianali con requisiti di attrattività (rete idrica e stradale, raccolta differenziata dei rifiuti, smaltimento dei reflui di lavorazione, illuminazione, connessione con i sistemi del trasporto pubblico e cosi via);
  • mancano i giovani e c’è una difficoltà di reperimento della manodopera comune e specializzata;
  • mancano percorsi formativi mirati per professionalizzare sia gli imprenditori che i loro collaboratori e dipendenti. Si viene in questo modo a determinare un paradosso: da un lato la presenza di imprese che realizzano prodotti artigianali di alta qualità – in riferimento sia alle materie prime utilizzate sia alle caratteristiche del processo produttivo, spesso legato a saperi locali; dall’altra, la carenza di conoscenze, competenze e professionalità nella gestione d’impresa determina (in diversi casi) una perdita di competitività del prodotto stesso o l’impossibilità di operare su mercati geografici più ampi in considerazione della carenza degli standard (quali–quantitativi) necessari alla commercializzazione dei prodotti stessi;
  • accedere ai finanziamenti pubblici è difficile a causa sia di un’eccessiva politicizzazione sia dell’assenza di vere strutture di indirizzo e accompagnamento;
  • manca una cultura della cooperazione tra gli operatori e di conseguenza i diversi settori di attività non sono organizzati in una logica di filiera;
  • scarsa è la progettualità e la capacità di pianificazione strategica a medio-lungo termine degli imprenditori;
  • generalmente problematica è l’interazione tra imprenditori e amministrazioni locali (Comuni, Comunità Montane, Ente Parco, etc.), per cui spesso la strategia di crescita e di ampliamento aziendale (ad esempio, attraverso la costruzione di nuovi capannoni) è soffocata o ridimensionata dal disinteresse degli amministratori locali o dai vincoli imposti dall’Ente Parco;
  • ci sono notevoli diseconomie esterne soprattutto per le imprese localizzate nei paesi più interni come conseguenza dell’inadeguatezza della rete stradale che isola la popolazione e alza i costi degli imprenditori locali, rendendo problematica la gestione della catena dei fornitori/distributori;
  • c’è un problema di dimensioni aziendali e di quantità di prodotti: la maggioranza delle imprese sono a conduzione familiare e di piccole e piccolissime dimensioni, per cui non sono in grado di affrontare mercati più ampi di quello locale;
  • c’è un problema di certificazioni dei prodotti che sovente non consente la loro immissione nei circuiti nazionali della distribuzione commerciale;
  • c’è una scarsa capacità di comunicazione da parte delle aziende riguardo si alle tipologie sia alla qualità dei prodotti e servizi offerti.

Sul versante dell’impresa–imprenditore, appare opportuno operare per far evolvere il concetto di impresa da luogo fisico circoscritto, “dentro le mura”, a spazio aperto e diffuso sul territorio, “fuori dalle mura”. Il passaggio dalla singola impresa territorializzata all’economia territoriale può avvenire all’interno di un processo di acquisizione di consapevolezza intorno a due importanti questioni:

  • da un lato, quello della costruzione di un’identità degli operatori economici. Un nuovo profilo sociale, culturale e politico che si forma e si afferma all’interno di un percorso che vede la crescita del sistema di competenze individuali interne all’azienda, strettamente connessa allo sviluppo di forme di cooperazione “orizzontali e verticali”, necessarie sia per porsi nel mercato globale che per promuovere una rappresentanza collettiva degli interessi economici;
  • dall’altra, intorno al tema della competitività. La capacità di competere non è solo la risultante dalle strategie messe in campo dalle singole imprese. Oggi, nella prospettiva della nuova economia globale, la competizione si sposta dalla singola impresa ai sistemi territoriali ed i valori/vantaggi dipendono in larga misura dalle qualità (intrinseche ed estrinseche) dell’ambiente locale e dalla forza sistemica del suo tessuto imprenditoriale.

In questo contesto, diventa fondamentale operare al fine di aggregare i produttori in modo da aumentare la loro massa critica e, contestualmente, generare quelle competenze dell’economia dei servizi (logistica, marketing, credito e finanza, formazione, creatività,….) che sono sempre più alla base del processo di generazione di valore economico. All’interno di questa nuova prospettiva, si tratta di avviare un lavoro di modernizzazione culturale del sistema territoriale che insista sul passaggio da competenze pratico–operative (organizzate intorno al “saper fare”, cioè alla cultura della produzione e dei saperi taciti) ai nuovi assetti dell’economia territoriale organizzata intorno ai saperi formalizzati, ai servizi, all’economia dei desideri e dell’esperienza.

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Più in generale l’avvio di iniziative concertate con gli imprenditori del territorio possono creare quelle condizioni di base che consentano un rafforzamento delle aziende al fine di migliorare loro struttura organizzativa, funzionale ed operativa, superando quegli elementi di criticità che ne condizionano negativamente il loro percorso evolutivo. Parte fondamentale di questa strategia è l’organizzazione di attività rivolte alle imprese in una logica di sistema produttivo. Le azioni devono quindi essere indirizzare con l’obiettivo di valorizzare le potenzialità di quelle aziende che oggi già operano sul territorio, cogliendo da vicino le loro necessità, supportando l’imprenditore con strumenti di accompagnamento attivo da realizzare anche attraverso formule di gemellaggi territoriali. Ulteriori interventi devono concentrarsi sull’introduzione in azienda (o in sistemi di aziende) attraverso la realizzazione di percorsi formativi mirati di saperi e competenze funzionali alla gestione imprenditoriale delle micro attività.

Volendo concretizzare gli sforzi e le risorse per far compiere in tempi accelerati un salto al tessuto produttivo cilentano, CILENTO LAB potrebbe dar avvio a tre progetti-percorsi:

  • il primo rivolto a quelle imprese che si sono date nel corso della loro storia aziendale strumenti e risorse per il mercato e dove emerge la necessità di un upgrade della cultura imprenditoriale e di un accompagnamento rispetto ai nuovi modelli di cooperazione commerciale;
  • il secondo, denominato “Progetto Emersione” rivolto a quelle micro realtà in cui le necessità primarie riguardano la messa a norma delle infrastrutture, dei laboratori e l’ammodernamento dei macchinari;
  • il terzo rivolto ai giovani e teso a promuovere l’autoimprenditorialità e il fare impresa, prevedendo sia un’azione di animazione e sensibilizzazione territoriale attraverso interventi nelle scuole e nei centri di aggregazione giovanile sia azioni di accompagnamento nella elaborazione del business plan e nella fase di start up, anche valorizzando gli imprenditori già esistenti con funzioni di mentoring e tutoring. E’ importante tenere conto che se si creano delle condizioni positive, molti dei giovani che sono andati via, a studiare e a lavorare fuori dal territorio, potrebbero tornare, riportando in Cilento modi diversi di lavorare e relazionarsi, nuove mentalità,  competenze tecniche, conoscenza di paesi e lingue straniere. Un capitale sociale che potrebbe essere messo a frutto anche per avviare un nuovo ciclo imprenditoriale.

Inoltre, il CILENTO LAB può impegnarsi per avviare in modo costruttivo un dibattito pubblico sui temi della sburocratizzazione e semplificazione amministrativa (dal nulla osta, all’approvazione ed attuazione dei livelli di pianificazione e programmazione) e della razionalizzazione delle responsabilità e delle competenze territoriali che attualmente si sovrappongono e spesso entrano in conflitto fra loro, condizionando o bloccando per anni i progetti di investimento imprenditoriale. Competenze del Ministero dei Beni Culturali e, quindi, della Sovrintendenza (sul paesaggio e le componenti di matrice ambientale), regionali (usi civici e demani), provinciali (uso del territorio e delle acque), delle Comunità Montane (svincoli idrogeologici, manutenzione territoriale e attività antincendio), del corpo forestale e del Parco hanno fortemente inciso sul governo del territorio senza trovare una sintesi e delle soluzioni adeguate. Si tratta quindi di avviare un’attività di riflessione e di proposta sugli strumenti e modelli di sintesi che possano portare ad avere un quadro chiaro di ruoli e responsabilità nel quadro di una razionalizzazione delle competenze, di semplificazione delle procedure e di riduzione dei tempi decisionali.

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