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Riconvertire il settore turistico in un distretto green dell’accoglienza (2)

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Oggi, il Cilento si misura e compete innanzitutto con i territori turistici della Puglia, della Calabria e della Basilicata, ma anche con tutte quelle mete turistiche che offrono la vacanza “sole-mare” low-cost in giro per il mondo. Il settore turistico del territorio si caratterizza per la presenza di situazioni diversificate e accompagnate da problematiche ed esigenze differenti, imputabili alla elevata complessità geo-morfologica e socio-economica del territorio. Il Cilento, infatti, ha una lunga linea costiera, ma si espande anche su un’ampia area interna, per cui si va dall’agricoltura progredita di valle a quella marginale dei terreni collinari e montani, dallo sviluppo urbanistico e produttivo avanzato alla permanenza di attività tradizionali legate alla pastorizia in zone piuttosto spopolate. Lo squilibrio socio-economico riguarda, principalmente, il rapporto tra fascia costiera, produttivamente più evoluta, ma interessata negli ultimi decenni da fenomeni antropici di espansione urbanistica convulsa e di congestionamento, oltre che lesivi degli equilibri ambientali, e le aree interne e montane, che presentano fenomeni di mancato sviluppo, spopolamento e marginalizzazione.
La fascia costiera rappresenta, in virtù del pregio ambientale e paesaggistico, della presenza di alcuni insediamenti turistici di medio-alto livello e di strutture portuali relativamente significative e con i suoi 2 milioni di presenze l’anno, il polo turistico di maggiore attrazione dell’area.
L’area interna, forte di una notevole valenza naturalistico-ambientale del territorio (il Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano è il secondo parco italiano per estensione, con una superficie di oltre 182.000 ettari, che interessa 80 comuni e una popolazione residente di circa 260.000 abitanti; dal 1997 è inserito nella rete delle Riserve della Biosfera del programma MAB – Man and Biospher – dell’UNESCO e dal 1998 iscritto, come paesaggio culturale, nella World Heritage List dell’UNESCO) e di numerose vocazioni minori, ma significative (cultura, tradizioni, folklore e produzioni tipiche), presenta eccellenti potenzialità in termini di implementazione di nuovi prodotti turistici, ma soffre ancora dei negativi fenomeni dell’emergenza occupazionale, dell’analfabetismo latente, dello spopolamento e dell’invecchiamento della popolazione.

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Per cui, le principali evidenze che attualmente si riscontrano nel comparto turistico cilentano sono:
– la prevalenza di una visione “arcaica” del bene turistico che privilegia la risorsa di posizione – il sole, il mare, la spiaggia, la bella veduta panoramica -, che economicamente è una occasione di “incassi immediati”, di “rendita” (fondiaria, legata alle case in affitto) e non di “investimento”, per cui non è frutto di iniziativa, servizio e  lavoro e questo fa sì che prevale “l’approssimazione nel come si fanno le cose e si erogano i servizi su tutto, da come si serve un piatto a tavola a come si gestisce un bar”;
– una offerta di prodotti che trascura sia risorse di pregio, perché non ne comprende ancora, in modo sufficiente, il forte potenziale attrattivo, sia l’importanza della qualità del prodotto;
– la carenza di una immagine turistica definita del Cilento che, di fatto e in modo riduttivo, riconduce tutto il territorio a posizionarsi sul solo prodotto “balneazione” in una sorta di indistinto caratterizzato da bassa qualità sia della ricettività sia dei servizi. La risposta alla sfida turistica del Cilento è stata data su scala modesta, scegliendo, volutamente o per mancanza di alternativa, il vicino mercato di Napoli e dell’entroterra campano come clientela, una clientela oggettivamente poco qualificata e qualificante. Incuneato tra due poli di forte attrazione e organizzazione turistica quali l’area di Capri-Sorrento-Amalfi e l’area di Maratea, il Cilento non ha saputo sviluppare sinergie necessarie per sfruttare l’opportunità di offrire una variante articolata alle due aree turistiche forti vicine e diventare, come loro, meta di un nutrito flusso di turismo dalla lunga distanza;
– forte caratterizzazione in termini di stagionalità del movimento turistico,conconseguentemente eccessivo affollamento durante i mesi centrali del periodo estivo(i problemi legati alla depurazione delle acque fognarie, allo smaltimento dei rifiuti, alla viabilità, alla carenza di parcheggi, etc.), malgrado le condizioni meteoclimatiche potrebbero permetterne la fruizione per un periodo assai più lungo (quantomeno da marzo a novembre);
– una scarsa dotazione logistica, nonostante la ferrovia (direttrice tirrenica Napoli-Salerno-Battipaglia-Sapri, continuazione della Roma-Napoli): il Cilento ha bisogno di piani strutturali che migliorino la mobilità, la raggiungibilità e la fruibilità delle sue destinazioni;
– un’incapacità di organizzare proposte di soggiorno fuori stagione da parte del comparto ricettivo;

– l’aver privilegiato, nella costa, la soluzione ricettiva dei “villaggi turistici” e, in generale, l’offerta ricettiva extralberghiera, tipologie di ricettività che notoriamente generano scarsi benefici indotti per l’economia locale. Buona parte dei villaggi turistici organizzati esistenti sono stati realizzati, e vengono gestiti, da imprenditori non locali; sono organizzati come “zone franche”, nelle quali gli ospiti dispongono di tutto quanto necessitano per il loro soggiorno e, se lo desiderano, una volta all’interno, possono trascorrere la vacanza senza praticamente varcare il cancello di ingresso e “incontrare” il territorio. Tali attività, il cui l’indotto e la diffusione generale di ricchezza sono limitatissimi, costituiscono l’esatto contrario del concetto di “sistema di accoglienza” territoriale. La loro esistenza fa spesso pensare a vere e proprie azioni esterne di “colonizzazione” di fette del territorio;
– mancanza di sinergia tra gli operatori del comparto ricettivo, ma anche con elementi esterni quali i servizi;
– mancanza di un piano integrato di promozione per il mercato qualificato internazionale: attualmente, la domanda è per lo più regionale e balneare, con una capacità economica media di livello modesto e poco interessata alle altre risorse offerte dal territorio, mentre le infiltrazioni «internazionali» sono legate all’attivismo di poche associazioni e imprese locali che intercettano e indirizzano il turista verso luoghi preventivamente concordati con i tour operators;
– strutture generalmente al di sotto degli standard di qualità indicati dalle stesse e comunque con dotazioni strutturali, impiantistiche e di sicurezza da riqualificare ed aggiornare.

Ad oggi, quindi, sia l’offerta che la domanda turistica sono essenzialmente limitati ad un prodotto balneare medio-basso e di carattere regionale e stagionale. Non si può parlare, invece, di turismo legato alla montagna, anche se il Parco del Cilento sta lentamente generando un indotto di professioni, competenze e attività che richiamano attenzioni anche in queste zone. Da questo punto di vista, la “buona pratica” è costituita dall’Oasi dell’Alento, a valle e a monte della diga di Piano della Rocca, che è diventato un “grande attrattore” naturalistico-ambientale, con circa 30 mila visitatori all’anno (per un terzo studenti), dimostrando che è possibile sia realizzare grandi opere pubbliche e gestire l’ambiente a beneficio dell’occupazione e degli abitanti sia valorizzare turisticamente un territorio interno del Cilento facendo educazione ambientale.

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