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Costruire in Cilento un sistema agro-alimentare biologico, sostenibile, green (2)

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In Cilento l’agricoltura può far ricorso a molti elementi di economicità e di riduzione dei costi, di norma esclusi nelle pratiche industriali. Intanto la varietà delle colture – anche nelle coltivazioni orticole, grazie alla pratica degli avvicendamenti e delle alternanze, ma anche alle nuove tecniche come l’agricoltura sinergica – costituisce un antidoto importante contro l’infestazione dei parassiti. È nelle monoculture, infatti, che questi possono produrre grandi danni, e debbono essere controllati – anche se con decrescente efficacia – tramite costosi e ripetuti trattamenti chimici. La conservazione di un habitat ricco di biodiversità naturale – grazie alle siepi, all’inerbamento del campo e al bando degli antipesticidi chimici – costituisce essa stessa un sistema di protezione contro i parassiti, perché ospita gli insetti utili, predatori degli infestanti. Un esempio di come la salubrità e varietà biologica dei siti non è solo utile alla salute umana, ma anche economicamente vantaggiosa.

A questo proposito un aspetto da ricordare sono le microeconomie che si possono ottenere dalle siepi o dalla macchia selvatica. Un tempo avevano una larga circolazione stagionale, nei mercati contadini, i prodotti selvatici del bosco e della macchia mediterranea: sorbe, corbezzoli, giuggiole, cornioli, melograne, nespoli germanici, azzeruoli, etc.. Oggi, sono rari e costosi prodotti di nicchia destinati al consumo di pochi intenditori. E invece potrebbero rientrare a pieno titolo nei circuiti economici della nuova agricoltura. Tanto più che alcuni di queste bacche, come la melagrana – ma la riflessione dovrebbe coinvolgere sia i cosiddetti “piccoli frutti” (lamponi, mirtilli, ribes, uva spina, etc.) che le cosiddette piante officinali – conoscono oggi un crescente utilizzo sia nella “cosmesi senza chimica”, che nella ricerca e nella produzione farmaceutica.

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Tali considerazioni dovrebbero anche investire un problema oggi rilevante in Cilento dove la macchia selvatica rappresenta una forma di rinaturalizzazione spontanea e disordinata, che consuma sia il bosco di pregio, sia le aree agricole e pastorali, fornendo ai cinghiali, sempre più numerosi, la possibilità di danneggiare gravemente le colture delle aree collinari. È evidente che qui occorre un intervento pianificato, che punti a una selvicoltura di qualità sia per il legno che per i prodotti del bosco e del sottobosco. È attraverso il ripristino rinnovato di economie antiche – fra queste spicca il castagneto -, che si può avviare anche una difesa territoriale delle aree agricole secondo meccanismi di coordinamento e cooperazione fra diverse aree ed ambiti produttivi che in Cilento sono stati in funzione per secoli.

Nei frutteti si può molto utilmente praticare l’allevamento dei volatili (polli, oche, faraone, etc.). Tale pratica già nota ai primi del ‘900 in alcuni paesi europei (ad esempio nei meleti della Normandia) e oggi sperimentata da alcune aziende ad agricoltura biologica, combina un insieme sorprendente di vantaggi. I volatili, infatti, ripuliscono il terreno dalle erbe infestanti e lo concimano costantemente con i loro escrementi, facendo risparmiare all’azienda il lavoro e i costi del taglio delle erbe e quello della concimazione delle piante. Ma aggiungono all’economia aziendale uno straordinario apporto produttivo: le uova e la carne di pregio commerciabili tutto l’anno.

Sempre sul piano del contenimento dei costi è utile rammentare che qualunque azienda agricola produce una quantità significativa di biomassa. Sia sotto forma di rifiuti organici domestici, che quale residuo dei tagli, potature, controllo delle siepi, etc. Ebbene, questo materiale – tramite il metodo del cumulo – si può trasformare in utilissimo compost per fertilizzare il suolo, senza ricorrere ai fertilizzanti chimici, e risparmiando su tale voce di spesa che grava invece in maniera crescente sull’agricoltura industriale. Il costo dei concimi, è noto, dipende dal prezzo del petrolio. Un buon terriccio di cumulo può avere una capacità fertilizzante anche superiore a quella del letame bovino, il più completo fra i fertilizzanti organici. Di questo terriccio si potrebbe fare commercio, come si fa commercio del fertilizzante ottenuto dalla decomposizione di sostanza organica da parte dei lombrichi.

Sempre sul piano del risparmio dei costi – senza qui considerare la buona pratica di impiantare pannelli solari sugli edifici, case, stalle, uffici, etc., per rendere l’azienda autonoma sotto il profilo energetico – una riflessione a parte merita l’uso dell’acqua. La presenza di questo elemento è ovviamente preziosa e spesso indispensabile nell’agricoltura delle aree interne prive di sistemi di irrigazione. Ad essa si attinge normalmente con i pozzi azionati da motori elettrici. Se l’elettricità è generata da pannelli fotovoltaici il costo è ovviamente contenuto. Ad ogni modo, in tante aree, l’acqua potrebbe essere attinta in estate senza costi se durante l’inverno venissero utilizzati sistemi di raccolta delle acque piovane. Si tratta, ovviamente, di riprendere un sistema antico che utilizzi cisterne, vasche di raccolta, etc.. Questa cura dell’acqua comporterebbe una nuova visione del territorio e delle risorse circostanti alle singole aziende. È evidente che una nuova agricoltura dovrebbe far parte di un progetto collettivo di rimodellamento dell’habitat locale, che comporta il controllo delle acque alte, il loro incanalamento ottimale, ma anche il loro utilizzo in punti di raccolta, capace di combinare conservazione dell’assetto idrogeologico del suolo e pratica economica produttiva.

 

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Di qui, l’esigenza di un vasto impegno, che partendo dalla sede locale coinvolga competenze regionali e nazionali, superando i fattori limitanti che oggi contrassegnano la realtà agricola cilentana e rilanciandola, ove sia possibile, verso obiettivi di ripresa. Si ritiene che, attraverso un intervento che porti alla strutturazione di vere filiere agro-alimentari, possa essere possibile affrontare anche il tema del rafforzamento del sistema artigianale e della nascita di un moderno comparto industriale in Cilento.

In questo percorso non si parte da zero perché disponiamo delle conoscenze derivanti sia da ricerche sulle filiere produttive sia da percorsi di formazione degli operatori delle filiere produttive agro-ailmentari (come quello realizzato dalla Fondazione Alario in ATI con il Consorzio FormAmbiente nel 2005-2006) sia da altri interventi finanziati dai GAL Casacastra e Regeneratio, comunità di animazione territoriale che in questi anni, seppure con tutte le difficoltà dovute alla pessima gestione dei Fondi Strutturali da parte della Regione Campania, hanno continuato comunque a monitorare ed accompagnare gli imprenditori del settore agro-alimentare.

Queste ed altre esperienze realizzate negli ultimi anni da diversi enti (Ente Parco, Regione, Slow Food, Università, etc.) possono permettere sia di delineare la mappa delle strutture di ricerca applicata esistenti in provincia e nella regione Campania e di ipotizzarne un utilizzo finalizzato al territorio, sia di individuare un certo numero di tecnici di livello e, soprattutto, di operatori/produttori attivi nelle principali produzioni agro-alimentari cilentane. Disponiamo, insomma, di un primo nucleo consistente di una rete di informazioni, relazioni e competenze da scambiare e di sinergie da costruire, qualificare ed accompagnare che fanno ritenere che l’agricoltura possa diventare il motore trainante e un vero asse portante del sistema produttivo del Cilento attraverso l’organizzazione in filiere delle principali produzioni agro-alimentari tipiche e di qualità che fanno parte della dieta mediterranea, studiata e codificata proprio nel Cilento da Ancel Keys.

Il Cilento ha tutte le risorse per diventare un brand territoriale, intimamente collegato all’idea del buon vivere, della qualità alimentare, di uno stile alternativo (o complementare) alla way of life urbana. Per compiere il vero salto di qualità il Cilento deve incorporare, nel suo pur eccellente repertorio di produzioni tangibili, il valore immateriale generato da quelle funzioni terziarie senza le quali, nell’economia delle esperienze, nessun bene singolo o collettivo, com’è il territorio, può imporsi sui competitori. In questo processo di terziarizzazione dell’agricoltura vi è spazio anche per un uso accresciuto della conoscenza nella produzione di valore che si concentra nelle fasi a valle della filiera, quelle che hanno rapporto col cliente finale o con la catena distributiva. La produzione agricola è utile se diventa strumento, retroterra, “servizio” per le funzioni pregiate che coinvolgono il cliente finale in esperienze, progetti, significati. Innovazione, dunque, non è più sinonimo di introduzione di una nuova macchina o del varo di un nuovo prodotto (materiale). Innovare significa innanzitutto sviluppare nuove capacità di relazione e progettazione di servizi complessi, dove l’oggetto materiale è solo un componente (e non quello di maggiore valore) dell’offerta che si rivolge al consumo finale.

 

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E’ all’interno di questo quadro analitico, che si ritiene che CILENTO LAB possa realizzare diversi interventi a favore dello sviluppo dell’economia rurale:

  • una attività di ricerca-azione sui consorziati del Consorzio Velia per la Bonifica dell’Alento, cioè sui principali beneficiari delle grandi opere irrigue realizzate negli ultimi 30 anni che costituiscono il Sistema Alento. Attualmente, solo una minima parte dell’area irrigua viene utilizzata per la coltivazione di prodotti ortofrutticoli e, perlopiù, con l’utilizzo di trattamenti chimici proprio dell’agricoltura industriale. Una parte significativa dell’area irrigua viene coltivata ad erba medica e a granoturco destinato all’alimentazione del bestiame;
  • aggiornare la mappatura degli operatori delle diverse filiere, accrescere il livello di conoscenza dei principali settori che formano ed innervano il sistema delle competenze economico-produttive del territorio; individuare azioni coerenti a sostegno delle filiere produttive territoriali; promuovere una cultura di filiera che rafforzi il tessuto produttivo locale secondo i vettori della cooperazione, dell’integrazione sistemica e dell’innovazione;
  • promuovere l’attivazione di un tavolo di discussione tra gli assessori all’agricoltura dei Comuni del Bacino della Valle dell’Alento che possa consentire di attivare delle relazioni istituzionali di grandi potenzialità – iniziative interregionali e regionali AIAB (città del bio, spiagge del bio, etc.); iniziative provinciali dell’assessorato all’agricoltura; iniziative di incontro e concertazione tra produttori agro-alimentari e tra questi e i gestori di agriturismo, mense, ristoranti, alberghi; iniziative produttivo-commerciali per realizzare produzioni orticole di qualità a scala adeguata per poter essere commercializzate;
  • costruire le condizioni per una intensa collaborazione con professionisti, imprese, organizzazioni pubbliche (Università, MIUR, etc.) e private, e strutture cooperative che possano aiutare a progettare ed avviare una linea di interventi a servizio dell’economia agricola, sia di quella dell’area collinare interna, non irrigabile e difficilmente meccanizzabile, sia di quella collinare e di pianura che è stata resa irrigua. Uno degli obiettivi principali di questa attività di animazione dovrebbe essere l’attivazione di un Centro Servizi per l’Agricoltura, dando vita ad accordi con l’Università di Salerno, il Centro Regionale di Competenza Produzioni Agroalimentari – Istituto di Orticoltura di Pontecagnano, l’AIAB (che nel 2011, con il sostegno del Parco Nazionale, ha avviato l’Associazione Bio-Distretto Cilento) e altre organizzazioni qualificate attive nel campo della formazione e della certificazione e qualificazione dei prodotti agro-alimentari (servizi di monitoraggio e controllo della attività agricole, analisi, assistenza tecnica, disciplinari, certificazioni, etc.). Il Centro dovrebbe svolgere un’attività di animazione culturale e di formazione (coinvolgendo anche gli istituti tecnici superiori presenti nel territorio) e scambi di esperienze (con situazioni italiane di eccellenza nelle produzioni agro-alimentari di qualità) che consenta di trasferire agli agricoltori e agli altri operatori delle filiere agro-alimentari competenze tecnico-scientifiche, manageriali ed organizzative. L’obiettivo è quello di rendere possibile, attraverso aggregazioni successive e l’organizzazione dei produttori, l’attività di certificazione della qualità in conformità con le regole europee in tema di produzione e trasformazione dei prodotti agro-alimentari (tracciabilità, norme HACCP, etc.). Un tipo di intervento teso supportare la piccola agricoltura di qualità che in questi anni, nel migliore dei casi, è stata finora abbandonata a se stessa e, nel peggiore, è stata obbligata a comportarsi come se fosse agricoltura industriale, con danno economico, ambientale e alla qualità dei prodotti. Volendo perseguire questo tipo di iniziativa bisogna tener presente che occorrerà reperire i mezzi per acquistare le attrezzature necessarie a svolgere i servizi e altresì definire il luogo dove tali servizi possono essere erogati;

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  • promuovere l’incontro e la collaborazione tra i produttori delle filiere agro-alimentari e gli operatori turistici (i gestori di agriturismo, mense, ristoranti, alberghi, villaggi vacanze) nella consapevolezza che il vero volano dello sviluppo di un’agricoltura di qualità sia la sua integrazione con il turismo come traino dell’offerta. Al momento manca l’integrazione tra aziende produttrici di prodotti tipici e le strutture di accoglienza e servizi turistici, per cui, mentre alberghi, villaggi turistici e ristoranti della costa offrono menù standardizzati (spesso realizzati con prodotti della grande distribuzione e ristorazione industriale) ai clienti che li affollano, le aziende agro-alimentari del territorio non hanno un vero mercato per i loro prodotti. Un rapporto più stretto tra gli operatori turistici e gli operatori delle filiere agro-alimentari creerebbe benefici per entrambi e per lo sviluppo dell’intero territorio. La valorizzazione del territorio è un elemento fondamentale per il settore agricolo, ma anche per quello turistico e, in molte località e territori del nostro Paese, questi due settori stanno diventando sempre più contigui: il turismo è una delle risorse principali in termini di contributo al PIL, ma questa attività non sarebbe possibile senza un’adeguata cura del territorio in cui l’attività agricola gioca un ruolo fondamentale (le zone del Chianti o delle Langhe sono esempi emblematici di questo connubio). Il territorio cilentano è per tradizione il luogo di una produzione agricola costituente il fondamento di quella “dieta mediterranea” che si è andata sempre più affermando nella moderna scienza dell’alimentazione. Questo può rappresentare il filo conduttore dello sviluppo agricolo locale e l’elemento catalizzatore di una evoluzione economica interessante tanto per il settore agricolo quanto per quello turistico, potendo divenire base di una qualificazione dell’area fondata sul binomio “vacanza-salute”. D’altra parte, importanti segnali di cambiamento arrivano dal mondo agricolo, dove il “prodotto” è sempre più solo una delle componenti che motivano il cliente all’acquisto e la capacità dei territori di organizzarsi per fare squadra e “vendere” anche gli elementi intangibili che li caratterizzano diventa fondamentale. Per dare sostanza a questo tipo di ragionamenti, il Laboratorio per lo Sviluppo Locale si impegnerà in un’azione di animazione dei produttori delle filiere agro-alimentari, degli operatori turistici, delle Pro Loco e degli enti locali, tesa favorire:
    • una riqualificazione delle sagre in modo che diventino effettive occasioni di promozione, comunicazione e degustazione dei prodotti agricoli e della ristorazione di qualità del territorio;
    • la proclamazione di una giornata dedicata al consumo dei prodotti agroalimentari cilentani nella ristorazione;
  • promuovere, in sinergia con i produttori biologici delle filiere agro-alimentari, la costituzione sul territorio cilentano di una rete di GAS – gruppi di acquisto solidale che si uniscono per acquistare direttamente dal produttore cibi genuini, locali, di stagione e meno cari -, e la messa in rete dei produttori locali con le reti regionali e nazionali dei GAS e dei CRAL aziendali;
  •  svolgere un’attività di animazione e sensibilizzazione nelle scuole e con i giovani tesa a combattere il pregiudizio culturale ancora molto diffuso che considera “l’agricoltura uguale alla miseria”. Per i giovani occorre anche prevedere percorsi di accompagnamento con servizi di assistenza tecnica e azioni mirate di mentoring/tutoring da parte degli operatori agricoli esistenti. Oggi, in Cilento la disoccupazione giovanile veleggia intorno al 50%, appesantendo destini ed esistenze individuali e familiari, e sostanzialmente sprecando un tesoro di intelligenze e potenzialità. L’agricoltura ha bisogno di giovani, i giovani hanno bisogno di lavoro per poter restare sul territorio. In questa situazione, è evidente che una delle priorità della comunità cilentana debba essere quella di facilitare l’accesso dei giovani in agricoltura. Oggi, l’agricoltura non è più sinonimo di arretratezza e il ritorno all’attività agricola dei giovani è un fenomeno che si è manifestato già da qualche anno in altre aree dell’Italia (da cui il boom delle iscrizioni universitarie ad agraria e la crescita del numero dei posti di lavoro e delle imprese agricole guidate da giovani) e che potrà interessare il Cilento anche in considerazione del fatto che la nuova PAC 2014-2020 incentiverà il rinnovo generazionale con agevolazioni di base accordate agli under 40 integrate di un +25% per i primi 5 anni di attività.

Fotografie di Antonio Politano e di Antonio Isabella.

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