Cilento/Cilento Lab/filiere agro-alimentari identitarie/Sviluppo Locale

Costruire in Cilento un sistema agro-alimentare biologico, sostenibile, green (1)

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Le grandi opere idrauliche realizzate negli ultimi 30 anni nel bacino del fiume Alento consentono oggi l’irrigazione di circa 7 mila ettari ricadenti in quattro aree: quella di Vallo della Lucania e comuni vicini, di Castelnuovo Cilento, del Palistro, della piana dell’Alento e colline circostanti. In tali aree, quindi, sussistono i presupposti strutturali per il passaggio da un’agricoltura secca e cerealicola ad un’agricoltura irrigua, cioè per l’affermazione di un’agricoltura fondata sulla qualità, sul rispetto dell’ambiente e della biodiversità, capace di dar luogo a redditi remunerativi ed a prodotti competitivi sul mercato.
Lasciati allo spontaneismo, però, i processi di cambiamento sono lentissimi e molto costosi sia a livello economico che sociale e, pertanto, è necessario governare il processo di trasformazione agraria, accompagnando gli imprenditori con un’attività di animazione, di diffusione dell’informazione e della conoscenza, di formazione, di sperimentazione operativa e di consulenza imprenditoriale (soprattutto per gli aspetti gestionali e commerciali).
Pertanto, una delle priorità dell’attività di CILENTO LAB è l’animazione della “comunità operosa” del Bacino dell’Alento che opera nei settori dell’agricoltura e della trasformazione agro-alimentare, facendo emergere e rafforzando imprenditori capaci di costruire una agricoltura irrigua di qualità. Mentre l’agricoltura tradizionale ha subito una flessione notevole, essendosi trasformata da attività principale in attività marginale e per l’autoconsumo, una nuova e più imprenditoriale agricoltura ha fatto fatica ad affermarsi e negli ultimi 50 anni il Cilento, da area di produzione ed esportazione di prodotti agro-silvo-pastorali, è diventato fortemente dipendente dalle importazioni di prodotti dell’agricoltura industriale provenienti dalla Piana del Sele e da altre località.
L’abbandono delle aziende agricole, l’invecchiamento progressivo degli addetti e, tra i giovani, il rifiuto di continuare l’attività dei padri sono la logica conseguenza della scarsa remunerazione del lavoro prestato e, quindi, di un reddito adeguato, ma anche la causa e l’effetto della mancanza di una strategia a livello locale per organizzare la produzione, la trasformazione e commercializzazione dei prodotti sul mercato in una logica moderna e trasparente di filiera territoriale (per cui sia visibile e riconoscibile la “cilentanità” dei prodotti nei confronti del consumatore finale) che consenta, oltre che di coprire i costi di produzione, di remunerare anche il lavoro e il fare impresa. Pochi operatori, con un’elevata età media, con culture legate ai decenni passati e poche prospettive di futuro, quindi scarse energie per il presente.
Nell’era della globalizzazione, un localismo agroalimentare e gastronomico aggiornato può essere una efficace strategia, perché può incrociare la domanda dei consumatori sempre più consapevoli ed attenti a ciò che mangiano, alla loro richiesta della indicazione della filiera, alla conoscenza delle materie prime, alle produzioni biologiche o naturalmente biologiche. Da questo punto di vista, il Cilento offre un’ampia gamma di produzioni agricole ed agro-alimentari connotate da buoni standard qualitativi e di tipicità. Anche se l’utilizzo delle denominazioni d’origine e delle indicazioni geografiche non è ancora pratica diffusa, queste produzioni rappresentano a pieno titolo elementi qualificanti per il territorio. Tra i prodotti che la zona può valorizzare vanno menzionati: a) vino Cilento (DOC); b) olio extra vergine di oliva (DOP Extravergine Cilento nella parte prossima alla costa ed DOP Extravergine Colline Salernitane per l’area più interna); c) fico DOP Dottato Bianco (da mangiare fresco, secco e farcito con mandorle, noci, bucce di agrumi, finocchietto, ricoperto di cioccolato, etc.); d) miele; e) castagne; f) confetture e piccoli frutti; g) formaggio caprino e ovino fresco; h) mozzarella al mirto e mozzarella di bufala; i) il DOP Caciocavallo Silano; l) cereali, pane e pasta biologica; m) carne suina e di selvaggina fresca e conservata (cinghiale, lepre, etc.); n) prodotti ortofrutticoli a ridotto impatto ambientale (fagioli, ceci, peperoni, zucchine, melanzane, mele, etc.); o) funghi freschi ed essiccati; p) erbe officinali; q) altri prodotti dell’artigianato agro-alimentare rurale.
Riqualificata e ristrutturata in una logica trasparente di filiera territoriale green – l’attività agricola può svolgere ancora una funzione nel Cilento e rilanciare valori peculiari della tradizione locale legati alla ricchissima dotazione di biodiversità (basta pensare, ad esempio, alle 78 varietà di fagioli censite dal Prof. Di Novella), coniugandoli con la ricerca della qualità e della salubrità dei prodotti. L’agricoltura che può ritrovare ragioni economiche per rifiorire, innanzitutto perché può offrire prodotti che hanno qualità intrinseche superiori, sia di carattere organolettico che nutrizionale, con sapori scomparsi all’esperienza sensoriale della maggioranza degli italiani e dal mercato corrente che oggi offre al consumatore poche varietà (quelle industrialmente più confacenti, per aspetto, conservazione e trasportabilità alla distribuzione di massa). L’organizzazione di una distribuzione alternativa (tramite, la “filiera corta” basata sul rapporto diretto tra produttore e consumatore, i GAS – i gruppi del commercio equo-solidale, il km 0, etc.) può cambiare la natura stessa del prodotto finale. La diversità e varietà dei sapori, la salubrità e la ricchezza vitaminica e minerale del frutto e dell’ortaggio, la sua freschezza e assenza di conservanti e residui chimici, ne fanno un bene che acquista anche sotto il profilo culturale un nuovo valore.

Fotografia di Antonio Politano

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