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Il paradigma della green economy e il Cilento (2)

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La metamorfosi economico-sociale in corso, la crisi come qualcuno si ostina a chiamare questo salto di paradigma, obbliga/stimola a ripensare gli attuali modelli di produzione, gestione, consumo, le modalità di utilizzo del territorio, applicando in modo più integrato e diffuso criteri di qualità, sia nelle scelte strategiche di politiche di sviluppo duraturo e di qualità, che in quelle operative, con nuovi strumenti e approcci trasversali.
In particolare, ragionare sulle tematiche dello sviluppo locale in un’ottica di green economy, molto spesso significa misurarsi con l’insieme delle problematiche e delle opportunità connesse ai temi dello sviluppo locale in aree difficili, in contesti socio-economici in deficit di sviluppo come il Cilento. Non che la soft e la green economy non siano presenti in questi luoghi. Tutt’altro. Le produzioni agro-alimentari identitarie, il turismo outdoor, il neo-borghigianesimo connesso al recupero di cascinali, casali, borghi, masserie e centri storici, la “parchizzazione” del territorio, il circuito degli eventi identitari, la diffusione di impianti che producono energia da fonti rinnovabili, sono alcuni (e forse i principali) indicatori del processo di terziarizzazione e di globalizzazione anche delle economie che si situano ai margini delle grandi aree metropolitane e della città diffusa. E’ casomai il mix tra queste nuove e diverse funzioni territoriali, i collegamenti che si vengono (o che si potrebbero) stabilire tra energie rinnovabili, produzioni tipiche, servizi identitari, qualità del sistema territoriale e flussi della modernità, a determinare il diverso grado di maturità della green economy sul territorio.
Oggi, il Cilento appare come un territorio sospeso tra un’eredità storica segnata dalla marginalità rispetto ai flussi dello sviluppo e le opportunità che la green economy manifesta nei confronti di tutti quei territori che sono rimasti ai margini del processo di civilizzazione industriale. L’economia globale, a differenza di quella industriale, è sempre più un’economia delle differenze dove il processo di generazione del valore è dato sia dalla presenza di varietà locali sia dalla loro capacità di presentarsi in termini di identità, conoscenze e competenze distintive sul mercato globale. Non è quindi “il locale” – in quanto tale – che viene a trovarsi dentro o fuori mercato, ma il locale che non lega la sua identità ad una proposta e ad una competenza riconoscibile e apprezzata dal circuito globale. Non è il modo di produrre locale ad essere fuori mercato in un’economia che diventa globale, ma è piuttosto la produzione che perde la propria differenza e qualità specifica, fornendo al mercato proposte che non sono né riconoscibili né apprezzate dai potenziali clienti globali.

IMG_3037L’apertura verso contesti esterni può quindi essere un formidabile fattore di potenziamento dell’economia locale se questa si organizza in modo da rendere visibile la sua differenza specifica (nella qualità, nella flessibilità, nelle caratteristiche del processo produttivo, nel servizio al cliente) e nel ricercare i potenziali clienti (globali) che sono in grado di apprezzarla. La valorizzazione di vini ed altri prodotti tipici identitari, ad esempio, può essere uno dei driver dello sviluppo territoriale, ma bisogna che questi asset da valorizzare esistano realmente come prodotti vendibili o risorse fruibili, abbiano una qualità indiscutibile e abbiano un indissolubile legame con il territorio, anche perché in questo settore la competizione, nazionale ed europea, è fortissima e processi di valorizzazione di questo tipo sono iniziati già da tempo.
Da questo punto di vista, è importante evidenziare che in Cilento sono numerosi i prodotti di origine agricola che derivano la propria tipicità e riconoscibilità sui mercati intermedi e/o finali dalle caratteristiche del territorio, inteso come particolare insieme di fattori materiali (naturali o ambientali, varietà e/o razze autoctone, tradizioni di coltivazione o di trasformazione) e immateriali irriproducibili come i “saper fare” specifici e contestuali (riferiti alle conoscenze professionali e alle tecniche produttive ereditate ed accumulate nel tempo, non ultima la presenza di manodopera disponibile e preparata) e le relazioni – tanto di carattere orizzontale che verticale e tanto di tipo economico che di altra natura – tra gli operatori dell’area (ad esempio, tra produttori agricoli e trasformatori e tra questi e gli operatori della commercializzazione).
Al tempo stesso, però, diversi sono gli elementi di debolezza del tessuto produttivo ed imprenditoriale del Cilento che non consentono di fatto di identificare l’esistenza di vere e proprie filiere produttive (sistemi in varia misura verticalmente integrati). Soprattutto, mancano (o sono troppo deboli e comunque occasionali) delle stabili relazioni tra i diversi segmenti che prevedano dei meccanismi di ridistribuzione del valore attraverso un’organizzazione in rete delle aziende e dei servizi.
Infine, c’è da tenere presente la pericolosità e fragilità geologica del Cilento, caratterizzata da una instabilità idrogeologica e sismica elevata che richiederebbe un più significativo impegno per la prevenzione, la sicurezza e la manutenzione del territorio, dove i temi della messa in sicurezza, della difesa del suolo (basti pensare alle centinaia di frane che oggi investono direttamente la viabilità e i centri abitati), delle attività di manutenzione del territorio svolte dall’agricoltura (a cominciare da una gestione attiva del bosco), della riqualificazione urbanistica ed energetica del patrimonio immobiliare antico e recente (si pensi all’enorme patrimonio immobiliare costruito negli ultimi 30-40 anni nelle aree marine di comuni costieri come Ascea o Castellabate) e della rigenerazione dei borghi sono strettamente interconnessi tra loro.

 

Fotografie di Antonio Isabella

 

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